Nemmeno per il Burj Khalifa, il grattacielo di Dubai alto 828 metri, c’è voluto così tanto tempo. Eppure a Bologna per tirare su la terza torre, progettata da Kenzo Tange (in foto) un sacco di anni fa, è dal 2000 che si aspetta col naso rivolto al cielo. E se il grattacielo più alto del mondo è costato un capitale e alla fine a pagarlo ci ha pensato il presidente degli Emirati, nonché emiro di Abu Dhabi, a sganciare la grana, molta di più di quanta ne era stata preventivata, per la torre sono stati, come sempre, gli emiliano romagnoli. La storia di questo travaglio che, se Dio vuole sta per vedere finalmente la luce, inizia nel 2000 quando la Regione, con apposito bando di gara, affida la realizzazione dei lavori alla ditta Baldassini che straccia tutti con un ribasso del preventivo del 26,5%. Fosse vero sarebbe la manna dal cielo. Ma al cielo la Baldassini non arriva mai: l’impegno è di far svettare la torre in 4 anni e il cantiere apre il 10 ottobre del 2000. Già a pochi mesi dall’inizio dei lavori iniziano i primi casini (economici e va da sé) e la ditta chiede aggiustamenti di ogni sorta. A 3 anni dall’apertura del cantiere della svettante torre non svetta che il 25%. Un moncone orrendo e inquietante destinato a rimanere tale: il costo a questo punto è di 12 milioni di euro (contro i 32,4 previsti inizialmente dalla Baldassini). A lasciare perplessi, per non dire altro, è che il dirigente della Regione incaricato di seguire tutto l’iter della costruzione non manda negli spogliatoi la ditta. Anzi con un documento apposito, sollecitato da una comunicazione riservata e mai resa nota del direttore dei lavori, si prevedono pagamenti più ravvicinati per non mettere in difficoltà l’azienda. Che in difficoltà non ci finisce ma poi finisce col fare causa alla Regione.
mercoledì 14 luglio 2010
martedì 13 luglio 2010
sabato 10 luglio 2010
UNA SCENEGGIATA CREATA AD ARTE
Sulla prima pagina dell’Unità di ieri campeggia la fotografia di un giovane con il volto insanguinato, portato ad esempio della violenza della polizia contro la gente dell’Aquila. Lo stesso volto della stessa persona (Benedetti Vincenzo, di Bari, temporaneamente “aquilano”) è reperibile presso il casello giudiziario per reati che spaziano dalla truffa alle violenze, dai danneggiamenti allo spaccio di stupefacenti. Questa prima pagina andrebbe incorniciata. Come esempio di volgare disinformazione, di squallida strumentalizzazione. Chi è il giovanotto immortalato? Chi è questo “eroe aquilano”, questo pacifico cittadino aggredito dalla polizia? A scanso di equivoci, citiamo La Stampa, quotidiano che non può essere sospettato di simpatie verso il governo. Il giovane Benedetti “non è aquilano, fa il piazzaiolo”. All’Aquila stava da sette mesi in affitto e quindi non ha perso la sua casa. Vive in un camper. Si dilunga sul senso della manifestazione (annota il cronista: “sembra parlare a memoria”) e dice che “non ci sono soltanto i cosiddetti facinorosi”. Cronista: lei è un facinoroso? Ha precedenti penali? “Assolutamente no, certo sono uno che ha partecipato a tutte le manifestazioni, mi definisco un anarchico…”. Il cronista è scrupoloso e fa una verifica: se Benedetti si definisce anarchico, gli atti giudiziari dicono ben altro: noto alle forze dell’ordine, denunciato per truffa, invasione di edifici, detenzione di stupefacenti e ancora (il 12 aprile scorso) per ingiuria, minacce e danneggiamento.
Un pizzaiolo barese, immigrato tempo fa all’Aquila, noto alla Questura per diversi reati, attivista no global che non ha esitato a presentarsi ai giornalisti come “anarchico”. Un provocatore, uno dei tanti tra il migliaio di terremotati presenti a Roma ieri. La stessa Questura ha precisato nella serata che tra i manifestanti c’erano i no global dei centri sociali di Roma e dell’Aquila.
Nessuna guerriglia, dunque, ma un paio di tafferugli creati ad arte. Il ministro Maroni ha comunque fatto bene a promettere un’inchiesta sugli incidenti. Se qualcuno ha esagerato è giusto che sia individuato. Senza però farsi prendere in giro. La guerriglia urbana è stata mediaticamente creata ad arte dalle dirette minuto per minuto di SkyTg24, con commenti dell’inviata sul campo del genere: “Meno male che ci siamo noi a raccontarvi la verità”.
venerdì 9 luglio 2010
IL PDL VA DIFESO DAI CONSERVATORI
Lo si chiami colpo di coda dei poteri forti, lo si consideri un istinto che scatta ogni volta che qualcuno (sempre Berlusconi) in questo Paese cerca di cambiare qualcosa, specie se si tratta dell’architrave della Costituzione, del modo di fare politica, per il bene dell’Italia e dei suoi cittadini, sta di fatto che mai come in questa occasione valga il detto: corsi e ricorsi storici. Oggi come nella legislatura 2001-2006, dopo un paio d’anni di governo si stanno mettendo in modo meccanismi se non identici, almeno molto simili. Il primo colpo arriva dall’interno, una sorta di fuoco amico che cerca di ammantarsi dell’autorevolezza di chi vuole il bene del centrodestra mentre invece non fa che indebolirlo. Prima erano Casini, Follini e Fini, che parlavano di “discontinuità”, poi di tre punte, con il risultato di far cadere i consensi verso il governo Berlusconi, poiché ogni volta che veniva varato un provvedimento c’era chi prendeva le distanze proprio dall’interno. Adesso c’è un’esigua minoranza pronta a prendersi il ruolo di chi fa le pulci a governo e maggioranza indebolendone (involontariamente) l’azione.
REGIONI: TRA SPERPERI E TAGLI
LA TOSCANA HA SUBITO CHIUSO SETTE SEDI ALL’ESTERO, IL LAZIO 12 MILIARDI IL BUCO DELLA SANITA’,
Ieri il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi (Pd) ha cancellato sette sedi di rappresentanza all’estero, mantenendo solo quella di Bruxelles. Domanda: qualcuno sapeva che la Toscana manteneva sette (sette) sedi all’estero, al modico prezzo di 400 mila euro, pagati evidentemente dai contribuenti? Di che cosa potevano mai occuparsi questi uffici, dal momento che Firenze e dintorni non sono precisamente luoghi sconosciuti né ai turisti né alle classi dirigenti straniere, né alle varie multinazionali?E’ un esempio, ed abbiamo il sospetto che Rossi abbia solo giocato d’anticipo, magari per evitare figuracce. Riteniamo che casi simili ve ne siano a gogò. Dunque quando gli enti locali respingono a priori come “inaccettabili” i tagli della manovra, non la contano giusta. Gli sprechi ci sono, e sono tutti documentati e documentabili.Il debito della sanità del Lazio, ben 12 miliardi, ne è un esempio. Accumulato in soli dieci-quindici anni, sotto giunte di sinistra (a parte la breve parentesi di Francesco Storace), ha fatto la felicità di cliniche convenzionate e relativi azionisti, tra i quali spicca Carlo De Benedetti, non certo dei cittadini laziali, che sono ancora lontani dai servizi e dai tempi della Lombardia e del Veneto. Per quel debito adesso, in base al patto di stabilità liberamente sottoscritto dalle stesse regioni alcuni anni fa, pagano tutti, cittadini e imprese, perché le addizionali Irpef e Irap scattano in maniera
LA RIFORMA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NON VA AL MACERO
CON I TAGLI: UN INSEGNAMENTO “TRASFORMARE NECESSITA’ IN VIRTU’” COME NELLA SCUOLA, ALLA FINE UNA RIFORMA PER UNA SCUOLA MIGLIORE.
La riforma della Pubblica amministrazione va avanti e anzi, sarà incrementata nonostante le misure di contenimento previste dalla manovra che domani sarà votata al Senato. Ad affermarlo e’ l’autore stesso della riforma della Pubblica amministrazione (legge 150) il ministro Renato Brunetta in occasione della firma di un protocollo d’intesa per l’ottimizzazione della produttività e la realizzazione di programmi di innovazione digitale con l’Inpdap. "Ai poveri di spirito i quali dicono che la riforma Brunetta va al macero, rispondo vedrete che cosa succederà, saranno le singole amministrazioni e i singoli dirigenti a realizzarla perché ne hanno bisogno". Il ministro della Funzione pubblica ha inoltre rilanciato la sfida di attuare la riforma "in una condizione piu’ esaltante: aumentare la qualità e la quantità dei servizi con minori risorse. In un momento come questo, difficilissimo, in cui ci sono pochi soldi e per i prossimi tre anni non ci sarà il rinnovo del contratto per i dipendenti pubblici, la riforma va incrementata". Brunetta, infatti, ha spiegato che a disposizione c’e’ una grande quantità di risorse "una massa salariale di 170 mld di euro che non e’ poco, la produttività sarà aumentata in maniera rilevante e il merito sarà premiato ridistribuendo la massa accessoria contenuta nei 170 mld di euro". Il ministro ha inoltre aggiunto che con il blocco degli stipendi "abbiamo semplicemente saltato un contratto che vale mediamente 6 mld di euro sui 170 mld erogati per pagare gli stipendi dei 3 mln 650 mila dipendenti pubblici. Basta con questa vecchia impostazione che o ci sono i soldi in più, oppure le cose non possono funzionare le cose possono funzionare meglio con le risorse esistenti". L’austerity economica, dopo la finanza allegra della sinistra, ha colpito i ministeri, cioè l’amministrazione centrale. Scuola, Difesa, Interni, Esteri, Sviluppo economico, Ambiente, Cultura, tutti hanno fatto la loro parte, riuscendo anche trasformare necessità in virtù. Basta ricordare i “tagli alla scuola”, che si sono alla fine tradotti in una riforma per una scuola migliore.
Iscriviti a:
Post (Atom)










