Anche se il risultato non è definitivo a Ravenna e Bologna è confermata la sinistra, Cento e Cesenatico per le divisioni del “centro destra” ritornano alla sinistra; anche se Buda a Cesenatico aveva ben lavorato. I Grillini vincono a Cattolica. Il nuovo sindaco di Ravenna rappresenta il 25% degli elettori. C'era una volta il "modello emiliano", l'Emilia felix, la storica roccaforte della sinistra italiana. Cera, ma non c'è più. Fine della favola. Già il fatto che in due città simboliche e diversamente rilevanti come Bologna e Ravenna il candidato del Pd non abbia vinto al primo turno è indice di un malessere diffuso, anche se confermati per poco al ballottaggio. SE i due sindaci vincono con meno del 55% dei voti la lezione sarebbe duplice. Denuncerebbe la pochezza della classe di governo locale del Pd e la fine dell'inespugnabilità di un territorio tradizionalmente “rosso"; obbligherebbe i dirigenti di Forza Italia –Palmizio- a un'autocritica, perché se nulla si semina nulla si raccoglie. Il fatto poi che a Ravenna il Pd si sia sentito in dovere di promuovere imbarazzanti liste di supporto del candidato Michele De Pascale tra i più o meno illustri esponenti della cosiddetta società civile (alcuni dei quali hanno peraltro smentito il proprio coinvolgimento) è un inedito assoluto. Il segno che il partito, da solo, non basta. Non basta più. Insidiare il primato del Pd in Emilia Romagna sarebbe dunque utile alla sinistra come alle opposizioni. Una sonora sveglia per tutti. Un messaggio chiaro: basta con le rendite di posizione così come con lo sconfittismo; tutto è possibile, nulla è garantito.
lunedì 20 giugno 2016
venerdì 17 giugno 2016
mercoledì 15 giugno 2016
GLI UOMINI MESSI DAL PD A GOVERNARE LE FONDAZIOBI HANNO PORTATO TUTTO IL GRUPPO AL TRACOLLO
La settimana scorsa è
divenuta di pubblico dominio la notizia che la Cassa di Risparmio di Cesena spa
(che ha assorbito la Banca di Romagna) ha chiuso il bilancio 2015 con una
perdita astronomica (252 milioni di euro), con conseguenze dirette e indirette,
ma tutte assai gravi anche per Faenza. Gli effetti diretti a cascata sono
così sintetizzabili:
- il valore della azioni
precipita da € 16 circa ad € 0,50 circa, danneggiando tutti i soci, grandi e
piccoli, tra cui molti faentini;
- la Cassa verrà salvata
tramite un intervento temporaneo del Fondo Interbancario di Tutela dei
Depositi, cui verrà riservato un aumento di capitale di € 280 milioni, per cui
diventerà socio al 94%, estromettendo tutti gli attuali soci locali da ogni
forma di controllo;
- tra qualche tempo il
Fondo Interbancario venderà le azioni della Cassa, magari guadagnandoci anche,
ad un importante istituto di credito, per il quale circola da tempo il nome del
Credite Agricole, che già controlla la Cassa di Risparmio di Parma.
Gli effetti indiretti
riguardano in primo luogo il personale, per cui si parla di circa 100/130
esuberi, su circa mille dipendenti totali, conseguenti anche alla prevista
chiusura di circa 20 filiali. Ma l’effetto indiretto più pesante per Faenza è
la grave perdita che colpisce la nostra Fondazione Banca del Monte e C.R.; dal
bilancio 2015 si vede che essa detiene circa 1.800.000 azioni, che avevano al
31/12/105 un valore di mercato di € 28.826.480, che ora si riduce a circa €
900.000, con una perdita secca di quasi € 28 milioni. Dato molto preoccupante
se si considerare che queste azioni costituivano l’investimento più importante
della Fondazione (circa il 67% del patrimonio netto calcolato a valori di
mercato al 31/12/2015), che mettono a rischio non solo la sua capacità di
erogare fondi per le attività sociali e culturali locali, ma anche la sua
stessa tenuta.
Il PD faentino e romagnolo
portano una grave responsabilità di questo tracollo epocale, avendo gestito
negli anni il processo di fusione delle ex Casse di Risparmio di Faenza e di
Lugo con quella di Cesena, specie con l’ultimo errore fatale
dell’incorporazione della Banca di Romagna nella Cassa Risparmio Cesena, quando
già si erano avute notizie che la situazione di quest’ultima era la peggiore
del gruppo. In sostanza gli uomini messi dal PD a governare le tre Fondazioni e
le due banche per incapacità, per brama di potere, per indicazioni politiche
hanno chiuso gli occhi per cercare di salvare il salvabile, portando tutto il
gruppo al tracollo finale. Hanno insomma ripetuto il triste spettacolo già
visto più volte nel sistema cooperativo locale, da ultimo con il default del gruppo
CTF.
Ora chiediamo al Sindaco
Malpezzi e al PD faentino di intervenire pubblicamente su due fronti:
a) chiedendo informazioni
e chiarimenti ufficiali alla Cassa di Risparmio di Cesena e alle Fondazioni
sulla manovra in corso, per sgombrare il campo da illazioni e per capire se vi
siano i presupposti per avviare le azioni di responsabilità verso i passati
amministratori, di cui oggi nessuno parla;
b) chiarendo pubblicamente
quali siano le attuali condizioni patrimoniali e finanziarie della Fondazione di
Faenza e se sia ancora garantita la sua capacità di continuare ad erogare fondi
al sistema sociale e culturale locale. Questa vicenda aggrava ancora di più il
declino economico e sociale della nostra città, cui Malpezzi e il PD non sanno
porre alcun rimedio, dimostrando ancora una volta di essere una classe
dirigente non solo inutile, ma anche dannosa. Tiziano Cericola Lista Civica
Rinnovare Faenza
lunedì 13 giugno 2016
AUGURI AL GRANDE PRESIDENTE BERLUSCONI
Silvio Berlusconi: “Desidero ringraziare tutti coloro che mi hanno fatto
pervenire manifestazioni di affetto ed espressioni augurali, mi hanno davvero
commosso. Non dimenticherò le parole di amici, di esponenti politici, di
collaboratori di una vita di lavoro, dei moltissimi sostenitori che mi hanno
fatto sentire la loro vicinanza con calore straordinario. Sono sereno, e affronto
questo passaggio delicato affidandomi a Dio ed alla straordinaria
professionalità dei medici e del personale del San Raffaele. Seguo da qui le
vicende politiche in vista dei ballottaggi, e chiedo a tutte le donne e gli
uomini di Forza Italia il massimo impegno per far prevalere i candidati del
centro-destra ovunque siano in campo. Forza Italia è pienamente operativa nei
suoi organismi nazionali e periferici ed è perfettamente in grado di operare in
questi giorni di mia forzata assenza.”
giovedì 9 giugno 2016
BALLOTTAGGI SARANNO PER RENZI COME REGIONALI 2000 FURONO PER D’ALEMA
Molto probabilmente a Torino Fassino perde, molto probabilmente Sala
perde a Milano, molto probabilmente il nostro Dipiazza vince a Trieste, e il Pd
perde. A Bologna è una bella gara, ma c’è qualche speranza che il sindaco
uscente perda a Bologna. A Roma è ormai chiaro che il buon candidato del
Partito democratico Giachetti perde nei confronti della Raggi, e a Napoli il Pd
ha già perso nel senso che il suo candidato non è andato al ballottaggio, e noi
speriamo che vinca Lettieri e (Ravenna
Alberghini n.d.r). Se così fosse per Renzi sarebbe una Waterloo, sarebbe
una debacle ancora maggiore di quella di D’Alema con le regionali del 2000, per
cui poi D’Alema si è dimesso. Questa mia previsione e auspicio è altamente
probabile. Non solo Milano, quindi, non solo Roma, ma sicuramente Napoli,
sicuramente Trieste, molto probabilmente anche Torino e Bologna. Se così fosse,
e il clima lo sta dimostrando, sarebbe la fine per Renzi ma anche la fine del
Partito democratico di Renzi. Renato
Brunetta
mercoledì 8 giugno 2016
FORZA ITALIA VALE IL 60% DEL CENTRODESTRA
Esclusa
l'anomalia Roma, senza il partito gli alleati sarebbero al palo
Roma - È un risultato
segnato da luci, ombre e parecchi rimpianti quello di Forza Italia.
Il giorno dopo il voto,
però, tre certezze emergono dall'analisi della cascata di numeri e percentuali
che rimbalzano dalle varie città: il ruolo guida di Forza Italia che mantiene
il primato dentro il centrodestra; la sconfitta del Pd e del renzismo;
l'imperativo dell'unità come condizione per poter essere competitivi. Con il
«modello Milano» come bussola e il «modello Roma» come spettro da allontanare.
«Forza Italia si conferma
il primo partito della coalizione, pur tenendo conto del fatto che le civiche
drenano voti soprattutto a noi e che storicamente le comunali sono le elezioni
meno favorevoli al nostro voto di lista» scrivono i dirigenti azzurri in una
nota. «Il centrodestra, ovunque è unito, è competitivo e in grado di vincere.
Questo in modo omogeneo, da Nord a Sud. Altrettanto evidente è che dove il
centrodestra è frammentato, come a Roma e a Torino, l'elettorato di Fi che
esprime un voto non ideologico non ha motivazioni per esprimere un voto di pura
testimonianza». «Fondamentale il risultato di Milano. Un candidato di alto
livello e l'unità di tutti i moderati si sono rivelati essenziali per questo
primo traguardo. Forza Italia rappresenta da sola circa la metà della
coalizione, pur tenendo conto del dato di Roma dove il risultato di Fratelli
d'Italia è del tutto anomalo (12.2% contro il 2.3% nel resto d'Italia). Se
escludessimo Roma, Forza Italia costituirebbe da sola oltre il 60% del
centrodestra. Senza i moderati, la destra arriva al massimo al 20% di Roma, è
lontanissima dal diventare una forza di governo. Tanto meno in un'elezione
nazionale».
I dirigenti di Forza
Italia mettono l'accento sul risultato milanese dove il partito di Silvio
Berlusconi si attesta al 20,2%, la Lega è all'11,77% e Fratelli d'Italia al
2,42%. Insomma altro che inversione di ruoli nella leadership nazionale a
favore del Carroccio. Così come non passano inosservate le 11mila preferenze di
Mariastella Gelmini che stacca di 4mila voti Matteo Salvini. Lucio Malan dalle
percentuali passa all'analisi dei voti espressi. «Forza Italia resta al primo
posto nel centrodestra. Nei capoluoghi di provincia ha preso 256mila voti,
rispetto ai 189mila di FdI e i 174mila della Lega».
Forza Italia, al netto dello
«storytelling» renziano, fa notare come il premier faccia fatica a intestarsi
qualche vittoria. «Bersani l'ultima volta ha vinto al primo turno 10
capoluoghi, ora Renzi ne vince tre, non dei più grandi (Rimini, Cagliari,
Salerno). Di questi tre, due hanno candidati non renziani. A Salerno stravince
l'uomo vicino al governatore De Luca (70%) notoriamente non renziano, mentre la
candidata renziana a Napoli non arriva al ballottaggio, nonostante l'impegno di
Renzi». Inevitabile leggere questi dati come un auspicio in vista della grande
battaglia di ottobre. Ma «quella del referendum è un'altra partita, cominceremo
a combatterla dopo i ballottaggi».
lunedì 6 giugno 2016
RISULTATO ELEZIONI COMUNE RAVENNA: BALLOTTAGGIO FRA DE PASCALE E ALBERGHINI
Sotto le aspettative il voto del PD che penalizza il suo candidato - Nel centrodestra va forte la Lega - Michela Guerra ottiene un buon risultato ma non sfonda -
giovedì 2 giugno 2016
mercoledì 1 giugno 2016
MIGRANTI, E’ BOOM DI SBARCHI. MA RENZI; “SOLO ALLARMI ELETTORALI”
Con i massicci sbarchi del fine settimana
c'è stato il sorpasso. Dall'inizio dell'anno sono già sbarcati 47.740
immigrati, il 4% il più rispetto allo stesso periodo del 2015. Eppure il
premier Matteo Renzi
continua a negare l'evidenza dei fatti. "È
evidente che sul tema dell'immigrazione si gioca la sfida della paura ma i numeri sono profondamente
diversi da quelli raccontati - ha detto all'indomani della pubblicazione dei
numeri sugli arrivi - non c'è un aumento dei migranti rispetto all'anno scorso,
c'è un aumento di allarmi a scopo elettorali". La fotografia
del neonato annegato al largo della costa libica tenuto in braccio
da un nostro marinaio commosso dice lo stato degli atti. "La visione è insopportabile - tuona
il presidente de deputati azzurri Renato Brunetta - non è più tollerabile che
Renzi riduca l'allarme gravissimo sull'immigrazione a una
schermaglia di battute". Il picco c'è stato proprio nel fine
settimana, quando si sono contati ben 7.200 arrivi. A maggio sono arrivate via
mare complessivamente 19.819 persone. Anche l'accoglienza registra numeri
record. Nelle varie strutture sono ospitati 119.294 persone: ben 16mila in più
rispetto allo scorso anno. La maggioranza (86mila) sono presenti nelle
strutture temporanee. Poi, ce ne sono 19.777 nel sistema Sprar per richiedenti
asilo e rifugiati e 13.472 nei centri
di prima accoglienza e nei quattro hotspot. La Lombardia, ancora una volta, è la
regione a cui vengono chiesti i sacrifici maggiori. Quindi il ministro
dell'Interno Angelino Alfano ha, infatti, spedito 16.482 immigrati (il 13% del
totale). Tanto per capirci: in Sicilia, terra presa d'assalto dagli sbarchi, ce
ne sono "solo" 13.869 (il 12% del totale). Un'altra regione martoriata
dal Viminale è il Veneto dove ne sono stati mandati 10.427 (il 9% del totale). Finora
l'anno record per numero di arrivi è stato il 2014, con 170.100 persone
sbarcate. Segue il 2015 con 153.842. Senza una stabilizzazione della situazione
in Libia, è
prevedibile che il 2016 segni un nuovo primato, con scenari che ipotizzano fino
a 200mila arrivi. Eppure Renzi nasconde la verità e si trincera dietro ai
soliti slogan buonisti: "Davanti
a qualcuno che rischia di morire in mare, io vado e cerco di salvargli la vita.
Una vita salvata vale più di mille discorsi in televisione".
INPS ARRICCHISE I SINDACATI CON I SOLDI DEI DISCOCCUPATI.
Una media di 450/500
milioni netti l’anno. Tanto gira l’Inps ai sindacati come “ritenute sulle
prestazioni”. Vuol dire che, anche se in cassa integrazione, in mobilità o
disoccupati, i lavoratori sono tenuti a pagare l’iscrizione al sindacato. Dei
bilanci dell’istituto si scopre che Cigl, Cisl, Uil, Ugl e gli alti sindacati
accreditati (una settantina), hanno portato a casa solo dal 2010 al 2016 la
bellezza di 3.349 milioni, in media, i 450 milioni l’anno che dicevamo
all’inizio. Considerando che negli stessi sette anni l’Inps ha versato, sempre
ai sindacati, altri 1.757 milioni in contributi associativi sulle pensioni, si
arriva ad un tesoretto di oltre 5 miliardi (5.106 milioni per la precisione).
Non male come rendita.
Una parte delle quote viene versata da lavoratori e pensionati su base volontaria e su questo siamo nella perfetta legittimità. A stupire invece è il rodato automatismo che non prevede la possibilità di revocare l’iscrizione (per i pensionati è necessaria una raccomandata) con una semplice mail (magari certificata, ma comunque con una comunicazione rapida e digitale). L’aspetto sorprendente è che il lavoratore in cattive acque e dunque sussidiato da tutti gli italiani attraverso l’Inps continua a pagare il sindacato anche durante i periodi di sospensione. Pure in malattia si paga il contributo. Nel caso di cassa integrazione mobilità e disoccupazione è calcolato in percentuale, mentre per altri assegni (come la disoccupazione agricola), è determinato in maniera forfettaria dai diversi sindacati. Al momento di chiedere una prestazione all’Inps (la maggior parte arriva tramite Caf o patronati), viene fatto sottoscrivere anche un tacito consenso all’iscrizione. Se per i pensionati il contributo (in percentuale) è più basso (intorno ai 30/50 euro l’ anno), i lavoratori attivi, o in prestazione temporanea Inps, pagano 76/85 euro l’anno. Che suddiviso per 12 equivale ad un versamento di circa 7 euro al mese.
In assoluto sono pochi spiccioli ma è l’ automatismo del prelievo che risulta inaccettabile. Diventa, infatti, un’altra tassa a carico dei pensionati e, fatto ancora più odioso, dei lavoratori in difficoltà. Diverso sarebbe se a dicembre l’Inps si prendesse la briga di sollecitare i 15 milioni di pensionati e i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità se intendono o meno continuare a versare il contributo al sindacato. Se questo non accade non è certo per un vuoto di memoria. È il frutto dell’accordo fra governo e sindacati per lasciare le cose come stanno. Tanto paghiamo noi.
Una parte delle quote viene versata da lavoratori e pensionati su base volontaria e su questo siamo nella perfetta legittimità. A stupire invece è il rodato automatismo che non prevede la possibilità di revocare l’iscrizione (per i pensionati è necessaria una raccomandata) con una semplice mail (magari certificata, ma comunque con una comunicazione rapida e digitale). L’aspetto sorprendente è che il lavoratore in cattive acque e dunque sussidiato da tutti gli italiani attraverso l’Inps continua a pagare il sindacato anche durante i periodi di sospensione. Pure in malattia si paga il contributo. Nel caso di cassa integrazione mobilità e disoccupazione è calcolato in percentuale, mentre per altri assegni (come la disoccupazione agricola), è determinato in maniera forfettaria dai diversi sindacati. Al momento di chiedere una prestazione all’Inps (la maggior parte arriva tramite Caf o patronati), viene fatto sottoscrivere anche un tacito consenso all’iscrizione. Se per i pensionati il contributo (in percentuale) è più basso (intorno ai 30/50 euro l’ anno), i lavoratori attivi, o in prestazione temporanea Inps, pagano 76/85 euro l’anno. Che suddiviso per 12 equivale ad un versamento di circa 7 euro al mese.
In assoluto sono pochi spiccioli ma è l’ automatismo del prelievo che risulta inaccettabile. Diventa, infatti, un’altra tassa a carico dei pensionati e, fatto ancora più odioso, dei lavoratori in difficoltà. Diverso sarebbe se a dicembre l’Inps si prendesse la briga di sollecitare i 15 milioni di pensionati e i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità se intendono o meno continuare a versare il contributo al sindacato. Se questo non accade non è certo per un vuoto di memoria. È il frutto dell’accordo fra governo e sindacati per lasciare le cose come stanno. Tanto paghiamo noi.
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