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martedì 20 dicembre 2016

MARA CARFAGNA: “ NON E’ FACENDOCI CHIAMARE ‘MINISTRA’ O ‘SINDACA’ CHE DIFENDIAMO I DIRITTI DELLE DONNE”

di Mara Carfagna - Siamo arrivati all’apologia della "gambetta". E per gambetta intendo quel piccolo segno grafico che trasforma una o in una a. Quel piccolo segno grafico che sta facendo accartocciare su se stesse alcune donne della politica italiana. Sono scelte, personali. Ma appunto sono scelte. La presidentessa, la ministra, la sindaca, la sottosegretaria, declinazioni al femminile che rendono cacofonicamente inascoltabili alcune parole della lingua italiana. Per una volta mi trovo concorde con il Presidente emerito Giorgio Napolitano quando dice che ministra e sindaca sono rispettivamente orribile ed abominevole. Per non parlare dell’ultima declinazione uscita dritta dritta dal cilindro di una circolare ufficiale: sottosegretaria. La nostra è una delle lingue più belle e più musicali del mondo, la lingua di Dante, quella del dolce stil novo e da chi è toscano per nascita magari ci si sarebbe aspettati un po’ più di rispetto per un idioma che in quella terra è sbocciato e cresciuto. Ma se le analisi lessicali le lasciamo volentieri a chi di questo se ne occupa per professione, quello che invece noi ci chiediamo è: ma quella gambetta, alla fine, a cosa serve? Una donna ha davvero bisogno di questo per sentirsi completamente riconosciuta nel ruolo che ricopre? Non credo. La gambetta non dimostra il valore, l’intelligenza, lo spessore, la preparazione, non aggiunge nulla e francamente trovo l’accanimento su di essa alquanto superfluo e stucchevole. E immagino lo stupore di chi ci osserva dall’esterno. Perché non è obbligando gli altri a chiamarci in un modo piuttosto che in un altro che ci faremo portavoce della battaglia per l’emancipazione e l’affermazione femminile. Non è diramando una circolare o interrompendo qualcuno che parla per rimarcare che si dice ministra e non ministro che difenderemo i diritti delle donne. Non è intestardendoci sulla declinazione di genere che ci guadagneremo il rispetto che ci è dovuto o che