Di Davide Giacalone – Per come funzionavano i padri, quando facevano i padri, il problema non sarebbe stato l’arresto, ma la scarcerazione, quindi il ritorno a casa e il lesto passaggio dalla contestazione alla punizione. Avessero fotografato me, nel mentre avessi lanciato non un estintore, ma anche solo un sasso o una bottiglia, contro le forze dell’ordine, la cosa che avrei temuto di più non sarebbe stato l’incontro con il giudice, ma con mio padre. Lì la clemenza me la sarei potuta scordare. E non erano dei selvaggi, o dei sadici, i padri che facevano i padri, ma persone cui non sfuggiva la loro responsabilità: dare l’esempio e far sapere ai figli che gli errori si pagano. Figli si nasce, padri si diventa. Lo sono divenuto e, da genitore, comprendo il dolore di quelli che ieri hanno sperato di riabbracciare i figli, fuori da Regina Coeli. Non un bel posto. Invece il giudice delle indagini preliminari ha confermato tutti gli arresti, tranne uno, considerando quei cittadini pericolosissimi, in quanto responsabili (non da soli) delle violenze che hanno sconvolto Roma e l’Italia, sabato scorso. Capisco meno, invece, l’ansia di giustificarli. Ho l’impressione che sia anche il desiderio di non essere giudicati. Perché ci sono due sole possibilità: che siano innocenti o colpevoli. Nel primo caso, ci torno subito, meritano le scuse. Nel secondo non è opportuno né far finta di niente né minimizzare, perché, come un tempo ben si sapeva, e come ancora si sa in tantissime famiglie per bene, se non si è capaci di stroncare sul nascere una devianza quelli diventano delinquenti ancora più pericolosi. Posto che delinquenti lo sono di già.