I tagli alla politica? La Casta
che si mette a dieta? E voi ci credevate davvero? Sta per accadere un miracolo,
si diceva, i parlamentari italiani si sono arresi, vogliono adeguare i propri
emolumenti a quelli dei loro colleghi europei: sembrava un sogno, una favola,
invece era una patacca. Dopo lo stop del governo al testo del
«taglia-indennità», la legge di iniziativa popolare, nata dopo una raccolta di
firme della gente, si è miseramente spiaggiata alla Camera e annaspa a pancia
in su nella commissione Affari costituzionali. Vista la dichiarata «volontà
bipartisan» di «proseguire l’iter», i due relatori stanno cercando di
rianimarla. Con poche chance. Più speranze invece sembra avere il provvedimento
sull’ineleggibilità dei condannati. Filippo Patroni Griffi, ministro della
Funzione pubblica, s’impegna a nome del governo «ad attuare la delega in tempo
utile perché possa essere applicata alle prossime elezioni». Si tratta di un
emendamento del ddl anticorruzione che Palazzo Chigi potrebbe trasformare in
decreto. Nonostante tutte le corsie di emergenza previste dai regolamenti,
difficilmente si potrà fare in tempo per le Regionali del Lazio. L’obbiettivo
più realistico è di riuscire a «pulire» le liste per le Politiche del 2013. In compenso si ferma anche il previsto ridimensionamento delle 108
province: mentre il ministro Patroni Griffi annuncia che il governo dovrà «fare
un intervento chirurgico» sul Titolo V della Costituzione per armonizzare le
funzioni degli enti locali, prima di tirare fuori il bisturi occorrerà
attendere la sorte dei tanti ricorsi che pendono alla Consulta. E la
Casta non dimagrisce. Eppure, per quanto riguarda gli stipendi, sarebbe
un’operazione semplice semplice. Basterebbe riempire di contenuti, ossia di
cifre, l’articolo unico del provvedimento, pronto da anni. Leggiamo. «I
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sabato 13 ottobre 2012
REGIONI, IL CENTRO SINISTRA CHIEDA SCUSA
Il centrosinistra dovrebbe chiedere scusa agli
italiani per i guasti provocati al Paese dalla riforma del Titolo V della
Costituzione varata nel 2001 con una maggioranza di appena quattro voti.
Convinti di erodere la base di consenso del partito di Bossi, che in una certa
fase pareva minacciare anche le roccaforti delle regioni rosse, gli eredi del
comunismo - alla guida del governo c'era Giuliano Amato - votarono in fretta e
furia una riforma costituzionale che elargì ulteriori poteri alle regioni,
diminuendo le possibilità di controllo governativo. Con l'acuirsi della crisi economica i nodi
sono venuti al pettine, e quando il governo tecnico ha provato a far quadrare i
conti ci si è accorti che il grande buco della finanza pubblica non dipendeva
tanto da un centro oppressivo (dove anzi i tagli lineari avevano effettivamente
ridotto la spesa pubblica), ma dalle spese irresponsabili e incontrollate della
periferia.
La realtà
che prima Forza Italia e poi il Pdl denunciano di undici anni è che la riforma
del Titolo V - e non le sparate di Bossi - ha posto le basi per la
disgregazione dello Stato. Il governo Berlusconi aveva rimediato, con l'approvazione
della devolution, a molti dei danni fatti nel 2001, ma la vittoria di Prodi e
la conseguente bocciatura ad opera del referendum confermativo fecero tornare
in vita una riforma talmente sciagurata che oggi, anche alla luce degli
scandali a ripetizione che hanno colpito le Regioni, il governo Monti ha dovuto mettere in
atto una vera e propria controriforma la cui ratio è quella di
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