MAURIZIO BELPIETRO - C'è
un'accozzaglia di signori che tifa per il Sì. Di questo «raggruppamento
indiscriminato e disparato» (definizione tratta dal dizionario Devoto Oli)
fanno parte Gad Lerner e Denis Verdini, Michele Santoro e Mirello Crisafulli,
Giovanni Bazoli e Vincenzo De Luca, Giorgio Napolitano e Giuliano Ferrara,
Carlo De Benedetti e Pier Ferdinando Casini, Vincenzo D'Anna e Fabrizio
Cicchitto, ovvero tutta gente che
notoriamente e da sempre lotta senza tregua contro la Casta. Così quanto
meno pare pensarla il presidente del Consiglio, che durante la puntata della
trasmissione di Rai 3 condotta da Lucia Annunziata, ha punzecchiato Maurizio
Landini, accusandolo di difendere la classe politica al potere e di impedire
che l'Italia cambi verso rinnovandosi. Peccato che nell'accozzaglia di
sostenitori del Sì vi siano alcuni degli esponenti più longevi della Casta,
ovvero gli stessi che dà almeno 30 se non 40 anni dettano legge in Parlamento,
nelle banche e in tv. Si può ragionevolmente pensare che Giorgio Napolitano, il
quale a novant'anni suonati ha assicurati, oltre allo stipendio e alla
pensione, uno stuolo di portaborse, non sia un autorevole rappresentante della
Casta? E si può ragionevolmente credere che Michele Santoro, uno che dalla Rai,
cioè da un'azienda pubblica, è entrato e uscito più volte riuscendo sempre a
guadagnarci, ottenendo anche di trascorrere una breve vacanza
all'Europarlamento, non faccia parte della Casta, per lo meno di giornalistica?
E allora forse, visto che l'accozzaglia è equamente
distribuita, che a sostenere il si ci sono «vecchi arnesi» esattamente come tra
chi sostiene il No, forse sarebbe ora di mettere da parte l'arma della retorica
anti Casta tanto cara al presidente del Consiglio e andare dritti al sodo della
riforma, senza ulteriormente scomodamente scomodare l’argomento del vecchio
contro il nuovo, che non solo non ha fondamento, ma che rischia di essere un
boomerang.
mercoledì 23 novembre 2016
IMPRESSIONANTE PRODI!!! ASCOLTATE LA SUA VERGOGNOSA DICHIARAZIONE!!!
Ascoltate questo TRADITORE dell'ITALIA... che di recente è stato condannato dalla Giustizia Europea per tutta una serie di REATI!... Ascoltate LUI che ha TRATTATO per il cambio LIRA-EURO come CONFESSA DI AVER SVENDUTO LA LIRA
martedì 22 novembre 2016
TESORETTO DA MEZZO MILIONE DI EURO. REFERENDUM: QUANTO COSTA E CHI PAGA. I PARTITI FANNO SOLDI COL REFERENDUM.
Un euro per ogni firma raccolta, per un
massimo di 500mila euro di rimborso pubblico. A prescindere da quanti andranno
a votare per il referendum costituzionale del prossimo autunno, il comitato
nazionale “Basta un Sì”, avendo raggranellato le 500mila firme necessarie, ha
già maturato il diritto di passare all’incasso del mezzo milione di euro. Che
si tratti di referendum abrogativo o costituzionale, infatti, le consultazioni prevedono
il finanziamento pubblico diretto. Che si chiama però rimborso. Una sorta
di indennizzo economico per l’attività di promozione dei quesiti ammessi dalla
Consulta, che da un lato risarcisce i comitati civici che promuovono un
referendum, dall’altro rimborsa i partiti politici che li sostengono.
costituzionale basterà che il comitato
promotore riesca a raccogliere 500mila firme e l’accesso al rimborso sarà
automatico. Nel nostro ordinamento, per ottenere i fondi, nel caso di
referendum abrogativo è necessario raggiungere il quorum, cioè che voti il 50%
più 1 degli aventi diritto, se si tratta invece di referendum
Tutto legittimo, funziona così, lo ha stabilito la legge 157 del ‘99.
E’ la democrazia. Se non
fosse però che il refrain “per fare il referendum la tua firma conta”
della chiamata alle armi del Pd per il Sì alla riforma Renzi-Boschi ha confuso
non poco i cittadini, compresi i suoi militanti. Al di là del numero delle raccolte, firme infatti, la consultazione si sarebbe fatta comunque perché era stata
già richiesta ad aprile da un quinto dei parlamentari per il Sì e per il No, e
questo sarebbe bastato. Ma senza comitato niente soldi. E la caccia
all’ultima firma era indispensabile per arrivare al numero 500mila, necessario
per assicurarsi quel tesoretto di mezzo milione. Anche il comitato per il
No, guidato dai costituzionalisti Alessandro Pace e Massimo Villone, avrebbe
sperato ovviamente nello stesso esito, che vale soldi e visibilità mediatica,
ma il numero delle firme raccolte consegnate alla Cassazione sono state
316mila. Una buona base da cui partire, ma niente indennizzo. Così è stato
nel 2006, quando il comitato per il No alla riforma della Costituzione voluta
da Berlusconi ha ricevuto 495.000 euro; e nel 2001, quando il comitato per
il No alla riforma del titolo V, promossa dal Centrosinistra, non avendo
raccolto le 500mila firme necessarie non ottenne nessun rimborso. Dal 2000 ad
oggi sono stati pagati circa due milioni e
mezzo di euro di rimborsi elettorali per quattro referendum abrogativi e
uno costituzionale. I due quesiti sulla privatizzazione dei servizi idrici del
2011 hanno fruttato al comitato “2 sì per il bene comune” 1 milione di euro
(mezzo milione per ciascun quesito).
La stessa cifra che si è accaparrata Italia dei Valori di Antonio Di
Pietro per gli altri due quesiti abrogativi, quello sul legittimo impedimento
per le alte cariche dello Stato e il secondo sulla produzione di energia
elettrica nucleare in Italia
lunedì 21 novembre 2016
DEBITO PUBBLICO, L’ASCESA DI TRUMP FA SALIRE GLI INTERESSI. COSI’ IL PESO CHE GRAVA SULL’ITALIA PUO’ DIVENTARE INSOSTENIBILE. POVERA ITALIA CHE NON HA RIDOTTO IL DEBITO PUBBLICO
L'elezione del tycoon ha provocato un aumento generalizzato dei
rendimenti dei titoli di Stato, perché i mercati si aspettano che le sue scelte
economiche inducano la Fed a muoversi in quella direzione. Il Tesoro quindi
pagherà di più sulle nuove emissioni. Questo mentre la deflazione fa aumentare
il rapporto tra l'indebitamento e il Pil. Gli effetti sui mercati più
immediati e vistosi dell’elezione di Donald Trump sono stati il rafforzamento del dollaro
e un aumento generalizzato dei rendimenti dei titoli di Stato. Entrambi hanno una matrice comune: l’idea
che le scelte economiche della nuova amministrazione Usa produrranno
maggiore inflazione e quindi indurranno la banca centrale
statunitense a muoversi più in fretta nel percorso di rialzo dei tassi.
La prospettiva dell’aumento dei tassi fa
scendere i prodotti finanziari –
Un aumento dei tassi, o semplicemente la prospettiva che questo accada, provoca
un immediato adeguamento dei rendimenti di tutti i prodotti finanziari.
Ma l’unico modo in cui il rendimento di un titolo di Stato può scendere o
salire è la variazione del valore dello stesso titolo. Bund, Btp,
Treasury eccetera pagano infatti una cedola fissa che non cambia mai. Ad
esempio un titolo decennale che vale 100 e rende il 10% pagherà ogni anno
sempre 10. Se però nel frattempo i rendimenti salgono (a titolo di esempio di
un altro 10%), il valore del titolo scende. Se viene scambiato a 50 invece che
a 100 e la cedola è ancora di 10 l’interesse pagato diventa del 20%. Oggi i
mercati si attendono che i titoli di Stato di prossima emissione renderanno più
di quelli in circolazione e quindi il loro valore si adegua automaticamente. Questo
non sta accadendo solo in Italia. I rendimenti dei titoli decennali
Usa sono saliti fino al 2,3%, il bund tedesco è passato dal -0,2% di
ottobre al +0,3%, i Btp italiani a 10 anni sono saliti fino al 2,2% sui massimo
da oltre un anno. L’Italia però, come spesso accade, vive anche dinamiche
particolari. In qualche misura incidono anche le incertezze legate al referendum
del 4 dicembre, come dimostra l’allargamento del differenziale di
rendimento rispetto ai titoli spagnoli
SPEAD PEGGIO DEL 2001, PER L’ITALIA SARA’ UNA CATASTROFE
Giulio Tremonti: Alla vigilia del
referendum Bankitalia
suona l'allarme: in caso di vittoria del "No" al referendum, secondo
Palazzo Koch le conseguenze potrebbero essere pesanti. Si parla di spread e
dintorni, e chi della questione è più esperto se non Giulio Tremonti? In pochi.
Già, perché l'ex ministro dell'Economia, tra 2010 e 2011, aveva vissuto da via
XX Settembre l'incubo della vendetta
dei mercati. E ora, interpellato dal Corriere della Sera sugli
scenari post-referendari, circa la ventilata instabilità finanziaria mostra di
avere idee differenti: "La capacità delle banche centrali di interpretare
la realtà politica tende da ultimo verso il basso", spiega. E se non fosse
chiaro, quando gli viene chiesto se è sbagliato pensare che una vittoria del No
agiterà i mercati, Tremonti risponde tranchant: "Mi risulta
l'opposto. Se Matteo Renzi
resta con il dissesto finanziario che ha creato, con le promesse fatte, con le
difficoltà che avrebbe a tornare indietro, a non essere se stesso, il rischio vero è proprio che resti.
Con Renzi si stabilizza il rischio". Per Tremonti, dunque, meglio la
"cacciata” del premier.
Parlando di deficit,
diktat europei e manovra, l'ex ministro utilizza toni durissimi:
"Le coperture sono una tantum, o una pocum. Dove sarebbe lo spread -
chiede retorico - se non ci fossero gli interventi della Bce? Drammaticamente
peggio che nell'autunno 2011, ben oltre i 500 punti. Se la Banca d'Italia
facesse come allora una simulazione su questo punto, la saremmo tutti
grati". Per Tremonti, dunque, la situazione attuale è peggiore rispetto a
quella che affrontò un lustro fa. L'ex ministro conclude sottolineando come, a
suo parere, "il governo si è sviluppato per tre anni in assenza di realtà -
tassi zero, soldi gratis - ma la realtà torna con la durezza del tempo di ferro
che arriva. Che vinca il Sì o
il No. Non è solo questione di referendum o di strategie di
palazzo, ma di realtà che torna e chiede gli interessi. Su questo scenario
necessario - conclude apocalittico - uomini e idee sono tutti da
identificare".
BERLUSCONI SPRONA FI “ORA LA NOSTRA PRIORITA’ E’ FARE VINCERE IL NO”
Il leader punta a dare la spallata a Renzi:
«Metterò mano al partito dopo il voto»
Francesco Cramer - Roma Berlusconi tira la volata al No,
tiene d'occhio con apprensione Strasburgo e medita un rimescolamento di carte
in Forza Italia. Rientrato in mattinata ad Arcore, il Cavaliere continua a
tessere la sua tela. L'ultima mossa è stata quella di varcare il portone di via
XX Settembre, sede dell'ambasciata inglese a Roma. Un incontro estremamente
cordiale con la nuova ambasciatrice Jill Morris, nominata nel luglio 2016.
Durante il colloquio Berlusconi, accompagnato da Gianni Letta e Valentino
Valentini, ha potuto ripercorrere i suoi dieci anni di politica estera,
sottolineando l'amicizia che ha sempre legato i due Stati e rievocando l'ottimo
rapporto avuto con i leader inglesi, sia laburisti sia conservatori.
Naturalmente s'è parlato pure di Brexit e, su questo punto, l'ex premier ha
sottolineato come l'eventuale vittoria del No al referendum non avrà alcun
effetto catastrofico sul Paese. Tutt'altro: la bocciatura della riforma potrà
essere il volano per fare una riforma ben più efficace ma soprattutto condivisa
e non lacerante. «Così come la fecero i padri costituenti nell'immediato
Dopoguerra». Discorso da leader, accoglienza da leader. Peccato che Berlusconi
sia un Cavaliere dimezzato a causa della decadenza votata da palazzo Madama il
27 novembre del 2013. Ma la questione non finisce qui, per l'ex premier. Il
quale guarda con apprensione a Strasburgo, sede della corte europea che
potrebbe ridonargli onorabilità ed eleggibilità. Strasburgo s'è sempre mossa
con disarmante lentezza ma a infastidire il Cavaliere è l'atteggiamento del
governo. Lo Stato italiano, infatti, proprio in questi giorni avrebbe dovuto
spedire alla Corte una contro-relazione sul caso. Ma palazzo Chigi ha chiesto
agli eurogiudici una proroga di un mese per presentare il proprio dossier,
tenendo ulteriormente il Cavaliere sulla corda. Proroga concessa
venerdì 18 novembre 2016
“C’E’ SOLO UN LEADER: E’ RENZI. E POI CI SONO IO….”
Dietro l’endorsement pro premier c'è il disegno di
Berlusconi di riprendersi la coalizione: «Se vince il No sarà Matteo che dovrà
fidarsi di me»
Dopo quel riconoscimento a sorpresa, suonato, ma solo in apparenza,
quasi un endorsement, a Matteo Renzi riconosciuto come l'unico leader su
piazza, del quale ha ammesso anche il diritto di mandare la lettera agli
italiani all'estero, facile e prevedibile l'esultanza dei sostenitori del Patto
del Nazareno, un partito però spesso più di carta, che fatto di politica reale.
E facili i retroscena di chi vede nella mossa di Silvio Berlusconi un modo per
ingraziarsi il governo che deve ancora esprimere il suo parere alla Corte
europea di Strasburgo dove l'ex premier ha fatto ricorso contro la sua
incandidabilità. Prevedibile anche che si mettano di mezzo i problemi delle
aziende e quelli relativi alla quota di Mediolanum detenuta da Berlusconi che
la Bce ha congelato. Ma il punto è che Berlusconi a Rtl ha detto che in campo
ci sono solo due leader: Renzi e lui medesimo. Non a caso il capogruppo
leghista al Senato Gianmarco Centinaio subito reagisce ricordando la leadership
di Salvini. Certo, la sottolineatura di Fedele Confalonieri sul fatto che
«Renzi gli somiglia un po», si presta a rialimentare tutti i più prevedibili
retroscena, schiacciati sul lato aziendale, persino quello secondo il quale
Berlusconi ora sarebbe per il Sì (mentre ribadiscono i suoi è convintamente per
il No) e il solito che vede in Renzi il suo erede. di leader veri dentro la
politica ce n'è uno solo ed è Matteo Renzi», il Cav però aggiunge che c'è poi
lui medesimo e «fuori dalla politica». Notazione che di fatto non può non
ammiccare ai tanti, soprattutto agli elettori anti-sistema di Grillo, ritenuto
il nemico numero uno. Ragione per la quale ha voluto, almeno per ora, liquidare
Stefano Parisi per ricucire con Matteo Salvini che non vuole regalare ai
populisti. Dice il leader azzurro, parlando in terza persona: «Fuori dalla
politica forse di leader veri ce n'è qualcuno, ma dalla politica è stato
buttato fuori». E su Salvini: «Spero che la Lega possa aderire a una coalizione
con noi e che l'unica forza populista in Italia sia quella dei Cinque Stelle».
Apre al leader leghista e alla leader di F. d'I Giorgia Meloni, che con il
capogruppo alla Camera Fabio Rampelli aveva lanciato per prima le primarie di
coalizione. Il Cav ora non
“DOPO LA BREXIT E TRUMP L’ITALIA SARA’ LA PROSSIMA?”
Il Wsj analizza il dopo referendum. E accanto
agli scenari catastrofisti per una vittoria del No ammette: "In Italia
l'instabilità politica non è insolita"
un articolo intitolato "Dopo Trump e Brexit, tutti gli occhi soono
puntati sul referendum costituzionale dell'Italia", il Wall Street Journal mette sotto la lente d'ingrandimento l'apountamento del 4 dicembre e
lo scossone che potrebbe travolgere Matteo Renzi. "È la prossima
opportunità per gli elettori di una grande economia di dare uno scossone
all'establishment".
Nel peggiore degli scenari, per il Wall Street Journal, "una
sconfitta per Renzi porterebbe a un periodo di instabilità politica" e
"i mercati interpreterebbero la sua sconfitta come una prova che
Roma è incapace di riforme, sollevando dubbi sul fatto che l'Italia possa mai
avere l'abilità di realizzare il tipo di crescita necessario a portare il suo
debito pari al 135% del pil verso la sostenibilità". È lo spauracchio
della finanza e dei poteri forti per piegare il voto degli italiani. Un
tentativo che ad oggi sembra non riuscire. I sondaggi confermano, infatti, che il No resta nettamente in
vantaggio. D'altra parte
anche la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali avrebbe dovuto essere
accompagnata dal crollo dei mercati globali. Così non è stato. La tenuta delle Borse all'indomani
del trionfo del tycoon è
stata interpretata dagli analisti come uno step di esperienza accumulato
dopo la vittoria del "Leave" al referendum inglese. La Brexit,
insomma, ha fatto scuola. Il Wall Street Journal, così come altre agenzie
di rating, cerca invece di spaventare gli italiani paventando l'Armageddon
in caso di vittoria del fronte del No. A suop dire la bocciatura delle riforme
costituzionali potrebbero essere l'evento catastrofico capace di sommergere
tutto con l'onda alta del panic selling. Creando con le conseguenze di
questo scenario, secondo gli analisti del Wall Street Journal, "un'impressionante
ricaduta politica che potrebbe portare il profondamente euroscettico e
antiestablishment Movimento 5 Stelle al potere nel 2018, mettendo in dubbio
l'adesione all'euro dell'Italia". L'articolo sottolinea, tuttavia, che
"c'è un punto di vista alternativo, secondo cui il referendum non
importa affatto. Di certo ci potrebbe essere un periodo di instabilità
politica, ma l'instabilità politica non è decisamente insolita in Italia",
scenario in cui "anche se Renzi presentasse le dimissioni, il
presidente insisterebbe perché restasse".
UNA BELLA FOTO DI BRISIGHELLA 8^ CLASSIFICATA AL “WIKI LOVES MONUMETS 2016”
8° classificato: Paolo_forconi | Panorama della Rocca - Rocca Manfrediana - Brisighella (RA)
Motivazione: il
punto di vista inusuale permette di usare la strada per accompagnare lo sguardo
verso il castello, che quindi si sposa con il paesaggio in maniere armoniosa.
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