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mercoledì 24 luglio 2013

DI PIETRO: “POTEVO SALVARE GARDINI”. LA CRAXI LO INSULTA E POMICINO L’ACCUSA


Non è di certo passata inosservata quella assurda e incauta dichiarazione di Antonio Di Pietro che al Corriere della Sera domenica 21 luglio ha detto: "Potevo salvare Raul Gardini. Se lo avessi arrestato non si sarebbe suicidato". Raul Gardini si è tolto la vita proprio per evitare il carcere. E sicuramente, se fosse finito dietro le sbarre sarebbe riuscito comunque ad ammazzarsi. Lo sanno bene quelli che direttamente o indirettamente sono stati protagonisti di quel periodo come Stefania Craxi e Cirino Pomicino.  La figlia di Craxi, oggi martedì 23 luglio, a vent'anni esatti dalla morte di Gardini, scrive una lettera al Corriere in cui accusa l'ex pm: "Di Pietro ha dedicato tutta l'intervista a negare la propria responsabilità nel suicidio". "Afferma di aver promesso agli avvocati di Gardini che non lo avrebbe arrestato e che avrebbe atteso l'imprenditore in Procura per l'interrogatorio proprio quella mattina 23 luglio. Ma invece di recarsi in Procura quella mattina l'imprenditore si sparò. È un gioco di parole. Tutti, da settimane, sapevano a Milano che per Gardini le manette erano già pronte". Era noto, rincara la Craxi, "che gli interrogatori di Di Pietro si svolgessero accompagnati dal tintinnare delle manette e che le porte di San Vittore fossero ben aperte per tutti coloro ai quali il tintinnare non bastava per rispondere secondo i desideri del pm". Non solo, conclude la figlia di Bettino: "Di Pietro fa anche la vittima: avevo contro personaggi come Craxi e Parisi, il capo della polizia!". Peccato che nel biennio 1992/94 "si è distrutto un sistema illecito di finanziamento della politica, ma si è distrutto anche un sistema politico che da cinquant'anni assicurava libertà e progresso". Quei partiti "non sono più rinati; la politica e l'amministrazione hanno conosciuto solo passi indietro. I Di Pietro lasciamoli nel dimenticatoio in cui si sono cacciati".

lunedì 22 luglio 2013

LE MEMORIE AMARE DI TONINO: “GARDINI DOVEVA RACCONTARMI TUTTO, E IO LO POTEVO SALVARE”


Per me fu una sconfitta terribile - racconta oggi Antonio Di Pietro -. La morte di Gardini è il vero, grande rammarico che conservo della stagione di Mani pulite. Per due ragioni. La prima: quel 23 luglio Gardini avrebbe dovuto raccontarmi tutto: a chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci; chi erano i giornalisti economici corrotti, oltre a quelli già rivelati da Sama; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior. La seconda ragione: io Gardini lo potevo salvare. Il mattino del 23 prima delle 7 sono già a Palazzo di Giustizia. Alle 8 e un quarto mi telefona uno degli avvocati, credo De Luca, per avvertirmi che Gardini sta venendo da me, si sono appena sentiti. Ma poco dopo arriva la chiamata del 113: "Gardini si è sparato in testa". Credo di essere stato tra i primi a saperlo, prima anche dei suoi avvocati». «Mi precipito in piazza Belgioioso, in cinque minuti sono già lì. Entro di corsa. Io ho fatto il poliziotto, ne ho visti di cadaveri, ma quel mattino ero davvero sconvolto. Gardini era sul letto, l'accappatoio insanguinato, il buco nella tempia». E la pistola? «Sul comodino. Ma solo perché l'aveva raccolta il maggiordomo, dopo che era caduta per terra. Capii subito che sarebbe partito il giallo dell'omicidio, già se ne sentiva mormorare nei conciliaboli tra giornalisti e pure tra forze dell'ordine, e lo dissi fin dall'inizio: nessun film, è tutto fin troppo chiaro. Ovviamente in quella casa mi guardai attorno, cercai una lettera, un dettaglio rivelatore, qualcosa: nulla». Scusi Di Pietro, ma spettava a lei indagare sulla morte di Gardini? «Per carità, Borrelli affidò correttamente l'inchiesta al sostituto di turno, non ricordo neppure chi fosse, ma insomma un'idea me la sono fatta...».