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venerdì 27 gennaio 2012

“Dicci tu dove tagliare la spesa” perché lo Stato deve spendere meno e interrompere la crescita inerziale della sua spesa pubblica

Davanti alle misure di liberalizzazione proposte dal governo Monti, il Pdl (assumendo che esista qualcosa con questo nome per comodità di argomentazione) si trova in particolare difficoltà. E non è guardando in casa del Pd, dove pure i problemi non mancano, che se ne può trarre qualche consolazione. Quale che sia la portata reale del pacchetto liberalizzazioni (e su questo i dubbi da un punto di vista liberale sono molti) il partito di Angelino Alfano fa fatica a far sentire la sua voce: non è convincente quando dice – come pure sarebbe lecito – “si poteva fare di più”, perché è troppo facile rispondere: “perché non l’avete fatto voi?”. E anche l’ironia dei giornali di centro-destra sul “decreto fantasma” perché scomparso per 24 ore nel tragitto tra palazzo Chigi e il Quirinale, si infrange sul ricordo del “pacchetto sviluppo” rimasto fantasma per più di un anno e poi sepolto per sempre con le dimissioni del governo Berlusconi.

Ma anche le posizioni più scettiche, quelle per intenderci di Fabrizio Cicchitto e altri, che parlano di liberalizzazioni punitive (ma è inevitabile che tutte lo siano almeno un po’), che sembrano inclini a dar ragione alle resistenze di farmacisti, tassisti, autotrasportatori, notai e quant’altro, non arrivano fino e fondo e non prendono forma politica, strette come sono tra la tentazione di accontentare corporazioni ritenute un plausibile bacino elettorale per il centro destra e i sondaggi che testimoniano invece un generale gradimento dei cittadini verso le misure del governo. Senza contare che da un centro-destra, liberale, degno di questo nome ci si aspetterebbe per default un sostegno alla riduzione del peso dello Stato nell’economia e un aumento della concorrenza.
Così al Pdl restano poche cose da dire e tutte senza grande convinzione e senza alcun coordinamento, spesso affidate alla sensibilità dei singoli esponenti e alla loro capacità di accesso mediatico. L’ultima dichiarazione del segretario, Angelino Alfano che si ricordi è di qualche giorno fa e recitava sibillinamente: “la durata del governo Monti dipende dai suoi risultati”. Un po’ poco.

Eppure il terreno di scontro di questa fase politica potrebbe essere ideale per il centro-destra se questo recuperasse un po’ di baldanza e non si facesse troppo intimidire dalle recriminazioni. E’ vero che il governo Berlusconi ha molte inadempienze e promesse non mantenute da farsi perdonare, ma questo non può inibire la sua azione futura e d’altronde quale governo democratico al mondo può vantare l’en plein nella realizzazione del proprio programma? Bastava sentire il discorso sullo Stato dell’Unione di Barack Obama per capire che anche sulle promesse mancate si può costruire un progetto di riscossa.
In fondo il tema delle liberalizzazioni, della lotta alle rendite di posizione, ai privilegi, alla burocrazia; l’impresa di inoculare maggiore concorrenza nel sistema produttivo e di ridurre proporzionalmente il peso della mano pubblica in economia; la semplificazione fiscale, l’idea che le tasse possono essere una cosa necessaria (entro certi limiti) ma non certo “bellissima” come pensava Padoa Schioppa; la convinzione – che andrebbe oggi più che mai rivendicata contro il mantra della sobrietà – che la ricerca del profitto e dell’arricchimento personale sono motori essenziali per la crescita e per il benessere generale di un paese, sono tutti elementi del patrimonio ideale e programmatico del Pdl, molto più di quanto lo siano del Pd.

Non c’è molto tempo da perdere se si vuole che il ritorno in scena della politica veda il Pdl giocare una partita da protagonista piuttosto che da comprimario, e le opportunità per riuscirci non mancano. Qui l’Occidentale ne propone una: una battaglia seria, argomentata e a lunga gittata per la riduzione della spesa pubblica. E’ un’iniziativa che abbiamo chiamato “You Cut”, sulla falsa riga dell’iniziativa presa dal leader della maggioranza repubblicana al Congresso americano Eric Cantor. E’ indirizzata in primo luogo a chi ci legge, perché vorremmo che anche i cittadini si prendessero la responsabilità di dire dove è più giusto tagliare la spesa pubblica e quindi a indicare a quali servizi, sussidi, garanzie, ecc.. sono disposti a rinunciare. Ma si rivolge anche ai legislatori e in particolare al Pdl, perché prenda il meglio delle proposte che usciranno da questo laboratorio e ne faccia materia di iniziativa legislativa o comunque le inserisca nel circuito della propria riflessione politica.

L’idea di fondo è che il perseguimento di per se sano e anche legittimo del pareggio di bilancio si trasforma in una follia suicida in presenza di una spesa pubblica in continua crescita e di un Pil in recessione; vuol dire in sostanza finanziare il pareggio con una pressione fiscale in progressione geometrica fino al totale strangolamento del paese. Pareggiare sprechi e mancata crescita a forza di tasse è esattamente quello che porterà l’Italia verso quel fallimento che si dice di voler evitare. Allora bisogna cominciare a tagliare; lo Stato deve spendere meno o almeno interrompere la crescita inerziale della sua spesa pubblica che procede ininterrotta da decenni. Non è una cosa facile. La prima e più diffusa reazione è quella che dice: tagliare gli sprechi? Sacrosanto, ma quali sono gli sprechi, dove si annidano? Questo è il primo problema. Nessun governo ha mai affrontato seriamente la questione di una “spending review” che mostri in dettaglio dove incidere col bisturi salvando le parti sane della spesa. Così per anni si è andati avanti con i “tagli lineari” tremontiani, gli unici possibili nelle condizioni date. Il secondo problema è che anche quando si individuano con una certa accuratezza i settori da tagliare nessuno ci sta a riconoscersi come tale: scattano quindi le controffensive lobbistiche, si muovono i sindacati, si raccolgono le firme dei cittadini, si occupano le strade, si fa la fila dal presidente della Repubblica che alla fine una parolina di incoraggiamento non la nega a nessuno. Così in genere si fa marcia in dietro si lascia tutto com’è.

Provate a dire che un certo aeroporto è uno spreco di danaro pubblico, o che quel particolare ospedale non serve e butta soldi, o che quella determinata sede giudiziaria potrebbe essere chiusa senza danno e con grande risparmio, o quella sede locale della Banca d’Italia, o quell’Università, o quell’ente, o quel teatro lirico, o quel finanziamento al cinema. Avrete gli artisti sui tetti, i professori in piedi sui banchi, i magistrati in sciopero, i registi al Quirinale, i cantanti lirici al Tg3. Avrete la sinistra, i suoi giornali, i suoi massimi esponenti che vi diranno che la cultura non si tocca, che la ricerca è essenziale, che l’Università è sacra, che i diritti acquisiti, che, che…
La verità è che era tutto vero (anche se non sempre) ma che oggi non lo è più: davanti al rischio di un default alla greca niente in teoria è più intoccabile e ogni cosa che si vuole salvare è un lusso che possiamo permetterci solo a spese di qualcos’altro. Per queste scelte però un governo tecnico è l’ultima cosa che serve, qui entra invece in gioco la politica e nella sua più alta e basilare espressione: la responsabilità di gestire risorse limitate salvaguardando l’interesse generale e rispondendo di quelli particolari che vengono sacrificati.

Per questo ci sentiamo di proporre a quel po’ di politica che ancora si vede nel campo liberale di avanzare idee e progetti in questa direzione, ma anche di chiamare in causa chi ci legge per indirizzare le proposte e le scelte che dovranno essere prese. Collegatevi a You Cut, e scrivete un vostro articolo (non un semplice commento), il più argomentato possibile, meglio se con dati e cifre alla mano e noi lo faremo confluire in un dossier da consegnare ai gruppi parlamentari del Pdl in vista di una auspicabile iniziativa legislativa. Buon lavoro e buon taglio!

mercoledì 25 gennaio 2012

Un contratto unico e nuovi ammortizzatori al posto della cassa integrazione? Sarà dura, ma noi siamo d’accordo


Entro un mese sarà pronta la riforma del lavoro. Ieri c’è stata la prima riunione tra governo e parti sociali. Entro tre-quattro settimane ci sarà il testo definitivo, ha promesso ieri il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che ha illustrato per sommi capi le linee della riforma. L’esecutivo lavora su cinque capitoli: tipologie contrattuali, formazione-apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro. La linea di marcia è chiara: i contratti flessibili dovranno costare di più, per favorire i contratti a tempo indeterminato. “Solo alla fine del confronto con le parti sociali si potrà parlare di contratto unico”, ha detto il ministro.
Fornero punta anche a un reddito minimo garantito per chi è senza lavoro, anche se al momento non ci sono risorse disponibili, e a limitare la cassa integrazione (Cig), solo ordinaria e di durata breve, studiando nuovi ammortizzatori. A difendere la Cig ci sono però sia la Cisl che la Cgil. Il sindacato di Susanna Camusso (“linee guida non condivise”) e la Uil sono state le confederazioni più critiche sul metodo del governo che fa prefigurare una riforma già pronta. E i partiti? Il Pd plaude all’apertura del tavolo e al tentativo di un accordo ampio. Il Pdl, per bocca dell’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, critica i due pesi e le due misure del governo: finora ha agito per decreti, sul lavoro no.

lunedì 23 gennaio 2012

Cominciano appena a fare quello che da otto anni avremmo dovuto fare noi. Lasciamoli lavorare!

Per una settimana siamo andati di moda. “Liberalizzazione” è stata la parola sulla bocca di tutti. Ma davvero questa è “la prima rivoluzione liberale della storia italiana”, come ha affermato qualche entusiasta? E davvero si è fatto di più con questo decreto che negli ultimi vent’anni, come ha suggerito più d’un commentatore su Twitter?
Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: un governo presieduto da un ex Commissario europeo alla Concorrenza, e di cui il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio è l’ex Presidente della Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ha fatto un forte investimento simbolico sulle liberalizzazioni.
Questa è una buona notizia: l’apertura al libero mercato ci è stata presentata come un pilastro dell’azione dell’esecutivo. La decisione del governo sulla rete del gas sembra, nelle linee generali, coerente con questa ambizione, e anche – entro certo limiti – quella sui servizi pubblici locali. E tuttavia, nel merito di altri provvedimenti, non ci vergogniamo ad ammettere che abbiamo qualche perplessità.
Vale la pena sollevare già ora almeno tre perplessità di fondo:

1.    la “liberalizzazione” è un processo che dovrebbe portare a un abbattimento delle barriere legali che intralciano l’attività economica, e segnatamente l’entrata di nuovi attori in un certo settore. Che c’entrano, con le liberalizzazioni, iniziative che vanno a determinare nuovi obblighi di legge (non funzionali a un maggior grado di concorrenza)?

2.    perché si è accuratamente evitato di incidere con provvedimenti analoghi alla (giustamente, da più parti invocati) separazione della rete gas, in ambiti – quali i servizi postali e il trasporto ferroviario – in cui un intervento di quel tipo è assolutamente necessario su due fronti, ossia stimolare la concorrenza dei new comer ma anche determinare le condizioni necessarie per la dismissione dell’incumbent pubblico? Perché, insomma, in tutti quegli ambiti nei quali la liberalizzazione poteva essere propedeutica alla privatizzazione, il governo ha scelto di non procedere in quella direzione? Perché, caduti Berlusconi e Tremonti, resta a Palazzo Chigi e in via XX Settembre questa ostilità preconcetta contro le dismissioni, che come ci ha ricordato Oscar Giannino sono fondamentali per abbassare l’asticella del debito?

3.    si è investito molto su alcune categorie-simbolo (tassisti e farmacisti), a livello di comunicazione, ma alla prova dei fatti ci si è limitati a rivedere le attuali forme di pianificazione dell’offerta – senza rinunciare al principio che debba essere lo Stato a programmare l’offerta di un certo bene o servizio. In altri ambiti, si è intervenuto sulle reti distributive: andando in qualche maniera a sovrapporsi (e a superare) l’evoluzione del mercato. Ha senso? Può essere una liberalizzazione? Non discutiamo di liberalizzazioni proprio perché la pianificazione dell’offerta da parte dello Stato è risultata fallimentare? O siamo convinti che i pianificatori “buoni” riusciranno laddove quelli “cattivi” hanno fallito?

Più di tutto, però, abbiamo una preoccupazione: ci spaventa che da lunedì il dibattito pubblico possa considerare le liberalizzazioni una storia già scritta. Purtroppo molto resta da fare per liberare l’economia italiana. Oggi più che mai è importante non abbassare l’attenzione e non mollare la presa

mercoledì 18 gennaio 2012

Go Monti, go

Liberalizzare è necessario. L’Italia è in recessione e la manovra più semplice e a costo zero per rilanciare l’economia è senza dubbio quella di aprire alla concorrenza. Liberalizzare tutto e velocemente, senza tappe intermedie. È obbligatorio, altrimenti si rimane in un limbo dove tutte le categorie si mettono di traverso per evitare di perdere una rendita da posizione dominante. La protesta dei taxi sarà forte, così come quella delle farmacie, ma non devono spaventare il Governo. Sono solo due delle piccole categorie dove esistono dei limiti d’accesso molto forti, ma chiaramente non sono le uniche che necessitano maggiore concorrenza.
E la prima bozza del decreto liberalizzazioni sembra andare nel verso giusto; certo qualche cosa in più potrebbe essere fatto, ma tutti i settori economici sono toccati, dalle autostrade fino alle assicurazioni, dal trasporto pubblico locale fino ai notai e gli avvocati. Non è bene parlare prima di quando il decreto sia definitivo, soprattutto in Italia, dove nemmeno il definitivo è definitivo, ma è bene fare pressione affinché il Governo sia incisivo.

Il 19 gennaio sarà una data cruciale per il destino dell’Italia, come ci ha giustamente ricordato Standard & Poor’s che ha provveduto a far cadere di due gradini il grado di solvibilità del nostro paese.Quali le motivazioni di tale bocciatura? I soliti motivi, si potrebbe dire. In primo luogo l’elevato livello di debito, che ci fa pagare un differenziale con la Spagna (che fino ad un mese fa aveva un interesse sul debito uguale al nostro) tra un punto e mezzo e due punti superiore. Secondo, ma non meno importante, la lungaggine nell’arrivare a tale “decreto liberalizzazioni”. I mercati si sono innervositi a vedere che la prima manovra Monti è stata troppo incentrata ad aumentare la pressione fiscale, senza intaccare gli sprechi e le inefficienze del nostro sistema paese.
È possibile che le nostre imprese paghino il 68 per cento di tasso totale di tassazione?
È possibile che la burocrazia sulle start up costi fino a mezzo punto percentuale di prodotto interno lordo all’anno?
È possibile che ogni anno vengano buttati due miliardi di euro per finanziare un trasporto pubblico locale caratterizzato da costi doppi a quelli svedesi o della Gran Bretagna?
È possibile che per le auto blu vi siano costi per lo Stato di diversi miliardi di euro l’anno?


Ora, mentre alle ultime due domande il Governo sta rispondendo con l’eliminazione di gran parte delle auto blu e una liberalizzazione del trasporto pubblico locale, sul tema tasse e diminuzione della burocrazia ancora molto, tutto è da fare.
Non è ancora finita la fase due del Governo Monti, ma dopo la prima di “più tasse”, la seconda di “più liberalizzazioni”, è bene passare velocemente ad una terza di “meno burocrazia” e meno “patrimonio pubblico”.
È bene inoltre procedere velocemente alle privatizzazioni di una parte importante del patrimonio pubblico (molto di più di quanto è stato fatto nella prima manovra Monti), per abbattere velocemente il debito e dunque diminuire la spesa per il debito che potrebbe sfondare i 100 miliardi nei prossimi anni.
Se infatti i tassi d’interesse dovessero mantenersi a lungo intorno al 7 per cento, è facile che la spesa per pagare il nostro debito (1900 miliardi di euro circa) possa crescere nel prossimo quinquennio fino alla fatidica soglia appena segnalata.


Dice un proverbio che non è bene mettere troppa carne al fuoco, ma l’Italia ha bisogno velocemente di una fase due e di una fase tre del Governo Monti, se vuole evitare di fare la fine della Grecia.

Andrea Giuricin
http://www.chicago-blog.it/

venerdì 18 novembre 2011

Perché mai un inglese, un francese, un danese dovrebbero tirar fuori soldi per un Paese come il nostro? Monti, per favore, prova a fare quello che non è riuscito a Berlusconi!


Dice un rapporto della Corte dei Conti che quelle Regioni varate nel 1970 per alleggerire lo Stato, si sono via via gonfiate come un panettone impazzito. Al punto che oggi quelle 15 che sono a statuto ordinario hanno 40.384 dipendenti. Vale a dire 78,8 ogni 100 mila abitanti. Tanti, ma vale più che mai la regola del pollo di Trilussa. C'è infatti chi non arriva a 34, come appunto l'ente guidato da Roberto Formigoni, e chi sfonda la barriera del suono clientelare come il Molise che ogni centomila abitanti di regionali ne ha 291: 8 volte e mezzo di più.

Contano relativamente poco le distinzioni tra rosso e blu. Tanto è vero che, sempre rispetto all'unità di misura citata, la «destrorsa» regione Piemonte di dipendenti ne ha 70,5 e cioè più del doppio dei cugini lombardi. E l'Umbria, da sempre amministrata dalla sinistra, ha proporzionalmente il doppio dei «regionali» (159 contro 74,5 ogni centomila residenti) della vicina Toscana. Quanto a “Roma ladrona”, il Lazio si ritrova a essere con l'indice 62,8 non solo nettamente al di sotto della media ma addirittura di regioni comunemente più virtuose quali l'Emilia-Romagna (68) o la Liguria (68,6).
Insomma, il principio di autonomia costituzionale ha avuto giorno dopo giorno un'interpretazione assai singolare: ogni Regione va per conto proprio. Con sprechi e diseconomie in molti casi allucinanti. Basti dire che, se si utilizzasse come criterio generale il parametro della Lombardia (quei 34 «regionali» scarsi ogni centomila residenti) quelle quindici regioni ordinarie, che hanno esattamente le stesse competenze, potrebbero tagliare addirittura 23.015 unità. E svolgere gli stessi compiti quotidiani con appena 17.369 persone. Con un risparmio, per le casse pubbliche, di 785 milioni e 350 mila euro l'anno. È la somma che, ad esempio, permetterebbe di coprire in nove anni il costo del piano straordinario di infrastrutture per il Sud. Per non parlare dei risparmi impliciti nel dimagrimento di strutture spesso elefantiache e inefficienti: ogni ufficio in più, ogni dirigente in più, ogni funzionario in più vuole mettere becco in questa o quella pratica. Non sono una ricchezza: sono un lacciuolo supplementare.
Ci sono numeri davanti ai quali è impossibile non fare un salto sulla sedia. 
Quei 17.369 dipendenti che utilizzando il «parametro lombardo» basterebbero a far funzionare le 15 Regioni ordinarie, sono infatti meno di quanti sono oggi in carico alla Campania (che negli ultimi quattro anni ha ancora gonfiato gli organici di circa il 10%), alla Puglia, alla Calabria, alla Basilicata. I quali sono 17.607. E non parliamo della Sicilia, dove i dipendenti complessivi del ciclopico carrozzone guidato da Raffaele Lombardo, compresi forestali e precari e dipendenti delle Asl, sono 144.147.

Per adeguarsi al parametro virtuoso, il governatore della Campania Stefano Caldoro sarebbe costretto ad affrontare moti di piazza: dovrebbe perdere 6.007 dipendenti, con un risparmio pazzesco, pari a oltre il 68% della spesa per gli stipendi. Parliamo di una cifra che nel 2009 avrebbe coperto un terzo del disavanzo sanitario regionale. 
Ma ancora più dura sarebbe la cura per una Regione "rossa" per eccellenza come l'Umbria. Il suo personale dovrebbe dimagrire di quasi il 79%, passando da 1.432 a 305 unità. 
E anche le Marche potrebbero avere bruttissime sorprese, dovendo scendere da 1.487 a 529 dipendenti. Mentre il personale di una terza Regione storicamente amministrata dal centrosinistra, la Basilicata, sarebbe ridotto di cinque volte: da 1.052 a 200.

C'è chi dirà: certo, Stato, Regioni ed Enti locali sono da sempre un ammortizzatore, soprattutto al Sud. Vogliamo licenziare tutti quelli in soprannumero? Buttare nella disperazione, di questi tempi, decine di migliaia di famiglie? No, certo. Ma è fuori discussione che numeri come quelli devono dare risultati diversi. Garantire un'efficienza diversa. Da recuperare anche attraverso una maggiore elasticità. E una rottura con vecchi meccanismi inaccettabili a maggior ragione dall'Europa, chiamata oggi a intervenire per arginare problemi dovuti proprio alla scarsa credibilità.
Quale credibilità può avere, ad esempio, una regione come quella campana governata fino all'anno scorso da Antonio Bassolino che ha più dipendenti di Lombardia, Piemonte e Liguria insieme e dove le promozioni sono state distribuite per anni nel modo indecente denunciato da un rapporto degli ispettori della ragioneria generale dello Stato? 
C'è scritto, in quel dossier, che pressoché tutti i dipendenti hanno goduto, nel periodo compreso fra il 2002 e il 2008, di «progressioni orizzontali». 
Cioè, in gergo tecnico, aumenti di stipendio concessi nel pubblico impiego a parità di mansione. Fatta eccezione per 21 persone che proprio non potevano essere salvate a causa di gravi provvedimenti disciplinari, solo fra il 2004 e il 2005 ne hanno goduto in 7.254 sui 7.275 allora in servizio. Vale a dire il 99,7%. Dov'è, il «merito»? Perché mai un inglese, un francese, un danese dovrebbero tirar fuori soldi per un Paese come il nostro se prima non spazza via scelte clientelari e indecenti come queste? Come la spieghiamo, agli europei, la sproporzione insultante nella distribuzione dei dirigenti?

Il record assoluto lo detiene il Molise. Con 320 mila abitanti, non solo ha quei 934 dipendenti regionali di cui dicevamo. Ma la bellezza di 87 dirigenti: undici volte di più, in proporzione, di quelli che avrebbe allineandosi alla Lombardia: 8. Ma sono tante le regioni che perderebbero grappoli di dirigenti: scenderebbe da 221 a 128 del Veneto, da 114 a 35 l'Abruzzo, da 93 a 23 l'Umbria, da 167 a 52 la Calabria, da 71 a 15 la Basilicata. Una strage di colletti bianchi. Immaginatevi dunque la preoccupazione, nel caso il nuovo governo decidesse di mettere ordine in questa schifezza.
E infine, un esempio impossibile da credersi
Non è vero che tutti i giudici sono schiacciati dagli arretrati. Nicola Durante, ad esempio, al Tar di Salerno deve avere un mucchio di tempo libero. Infatti fa anche il dirigente alla Regione Calabria. 
Due lavori, due stipendi, benefit deluxe. 
Un uomo dalla doppia vita. Nella prima guadagna una busta paga come giudice del Tar di Salerno, dove dicono di vederlo quando c'è udienza e dove mesi fa ha annullato il sequestro di una casa abusiva perché il decreto di abbattimento non era stato notificato al titolare dell'abuso ma consegnato a mano a suo fratello. Nella seconda fa il Capo dell'Ufficio Legislativo della regione Calabria, dove è stato preso dal governatore Giuseppe Scopelliti con un contratto da 176.426 euro e 57 centesimi l'anno. Più una «retribuzione annua di risultato». Più i rimborsi spese «a pie' di lista». Più il «trattamento di missione nella misura massima prevista per la dirigenza regionale». Più, a spese dei cittadini, si capisce una speciale «copertura assicurativa della responsabilità civile e amministrativa per i danni eventualmente arrecati a terzi o alla Regione nell'esercizio dell'attività istituzionale, ivi comprese le eventuali spese di giudizio sostenute». 
«E l'auto blu?», direte voi ansiosi. Tranquilli: ce l'ha, ce l'ha...

Estrapolazione e sintesi da un articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella pubblicato sul Corriere della Sera di Domenica 13 Novembre 2011

domenica 25 settembre 2011

L’agenda di Governo fino alla naturale scadenza della legislatura


  • Mantenere scrupolosamente gli impegni presi con l’Europa, a difesa non solo nostra ma dell’intera impalcatura dell’euro. E quindi giungere nei prossimi due anni al pareggio di bilancio.
  • Affiancare le misure di rigore con quelle per la crescita e lo sviluppo. Abbiamo un elenco di otto opere pubbliche di importanza nazionale, ed alcune decine di importanza locale, già finanziate, che attendono solo il via.
  • Abbiamo il ricavato dell’asta delle frequenze digitali – tre miliardi – che intendiamo utilizzare non per fare cassa ma per finanziare lo sviluppo della banda larga di internet ed il suo progressivo accesso a tutta la popolazione.
  • Completeremo l’alta velocità e vi introdurremo la concorrenza, ma senza mai dimenticare che il primo dovere di una rete ferroviaria è garantire la mobilità di pendolari, studenti, lavoratori.
  • Faremo la riforma fiscale: le delega è già stata votata all’interno della manovra. I fondi verranno certo dalla lotta all’evasione, che con noi ha dato risultato che nessun governo Visco può vantare: 53,4 miliardi recuperati in 3 anni, ed un trend in ulteriore crescita a fine 2011. Ma soprattutto la riforma, che ridurrà le aliquote per le persone e le imprese, si finanzierà con il disboscamento di trattamenti di favore anacronistici e di forme di assistenza clientelare.
  • Ridurremo la spesa pubblica là dove è spreco, non più con la logica dei tagli lineari necessaria in questi tre anni, per rimettere a posto i conti, ma con quella degli interventi selettivi, in accordo con la Banca d’Italia.
  • Completeremo la riforma delle pensioni, senza logiche punitive per nessuno. Potremo farlo perché il nostro sistema è già tra i migliori d’Europa, e non ci sarebbe stato bisogno di altri interventi se la sinistra non avesse cancellato la legge che porta la firma di Roberto Maroni.
  • Abbiamo riformato la giustizia civile in accordo con la magistratura e le altre parti. Faremo la riforma della giustizia penale in accordo con la parte illuminata e riformista dei magistrati, che possiamo con cognizione definire una maggioranza silenziosa.
  • Assieme a tutto questo porteremo l’Italia fuori dalla crisi, difendendo i risparmi ed i redditi di tutti, difendendo la proprietà conquistata con il lavoro. L’Europa, la Bce, la Banca d’Italia, riconoscono in noi i soli interlocutori. E’ a noi che vengono chieste le misure di crescita e sviluppo, non a un altro governo e non alla sinistra. E questo significa qualcosa.

venerdì 29 luglio 2011

FEDERALISMO CON PREMI E SANZIONI

PURTROPPO LA SINISTRA TENTERA’ IN TUTTI I MODI DI FERMARLO



Rimozione «per responsabilità politica» e incandidabilità per dieci anni a qualsiasi carica pubblica dei governatori con i conti di asl e ospedali in default. Stessa sorte per sindaci e presidenti di provincia condannati per dissesto già in primo grado dalla Corte dei conti. Ministri che potranno essere sfiduciati dalla Camera di appartenenza se non rispetteranno fabbisogni e costi standard, e forse anche loro incompatibili a tutte le cariche pubbliche per dieci anni. Tagli fino a un massimo del 5% del fondo di sperimentale di riequilibrio per gli enti locali che sforano il patto di stabilità. Piano operativo con banche e intermediari finanziari per rimborsare le imprese in credito con gli enti locali e con lo Stato. Dopo il via libera di ieri della bicameralina parlamentare, sbarca questa mattina in Consiglio dei ministri l'ottavo tassello del federalismo fiscale su sanzioni (molte) e premi (assai meno) per gli amministratori locali. Un disco verde arrivato col voto favorevole di Pdl, Lega e Idv, mentre Pd e Terzo polo si sono astenuti. Ma a fare la voce grossa sono stati ieri soprattutto Regioni, sindaci e Province. Il provvedimento, contestano Anci e governatori, «non è costituzionale». Di più: il combinato disposto con la manovra di luglio per le Regioni compromette l'attuazione del federalismo fiscale, che a questo punto è su un binario morto. Col risultato di rendere difficile «se non impossibile» per molti «restare in equilibrio di bilancio». Pollice verso anche dai sindaci: «Il nostro giudizio non può che rimanere negativo», conferma il vicepresidente dell'Anci, Graziano Delrio, così come l'Upi (Province). Contestazione fatta propria da Pd e Terzo Polo. Il Governo rimanda la palla al mittente, e per esempio con Luca Antonini, presidente della Copaff, pone l'attenzione sulle «novità di sistema poste dal decreto, come le relazioni di fine mandato che permetteranno agli elettori di giudicare le amministrazioni sui numeri. Sono interventi strutturali, che non vanno confusi con il dato congiunturale della manovra».