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lunedì 11 giugno 2012

MEMORIA STORICA : QUEL PASSATO DA COMUNISTA IMBARAZZA NAPOLITANO.


NEL ’56 L’INTERVNETO IN URSS IN UNGHERIA. OGGI SCARICA LE COLPE SUL PCI
Quello stesso uomo che nel 1956, al congresso del Pci, aveva difeso l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss polemizzando con i compagni che volevano prenderne le distanze. Col passare dei decenni Giorgio Napolitano farà autocritica ed etichetterà come prodotto di "zelo conformistico" quel suo intervento in cui aveva detto che in Ungheria l'Urss portava pace. Adesso è un altro Napolitano. Almeno è così che il presidente della Repubblica prova a descriversi in una lunga intervista alla Gazeta Wyborcza pubblicata oggi su Repubblica alla vigilia delle visita del capo dello Stato in Polonia. Alle domande di Adam Michnik, uno dei fondatori di Solidarnosc ed oggi direttore del quotidiano, il numero uno del Quirinale ci tiene a rispondere come garante della Costituzione. Così, ripercorre con tranquillità il proprio passato, fa mea culpa ricordando Enrico Berlinguer e Michail Gorbaciov, analizza il berlusconismo e l'attuale situazione politica. Il mio cammino verso il Quirinale attraversando la storia d'Italia è il titolo dell'intervista fiume. Ma sono le parole sull'invasione di Budapest nel 1956 e sulla primavera di Praga nel 1968 a stridere con la militanza di Napolitano nel Partito comunista"Il sentiero della mia vita è un processo passato attraverso prove ed errori - spiega a Michnik - sono partito dagli ideali che in gioventù ho sposato, più che per scelta ideologica, per impulso morale e sensibilità sociale, guardando alla realtà del mio Paese. Nell’arco dei decenni, ho cercato di andare al di là degli schemi entro i quali all’inizio era rimasta chiusa la mia formazione. Ho attraversato delle revisioni profonde, molto meditate e intensamente vissute". Alla Gazeta Wyborcza il capo dello Stato racconta del periodo in cui era membro attivo di un Pci, un partito che portava nel suo dna il mito dell’Unione

sabato 21 agosto 2010

21 AGOSTO 1968: L’INVASIONE DELLA CECOSLOVACCHIA


È LA FINE DELLA COSIDETTA “PRIMAVERA DI PRAGA”

Il sogno di costruire un «socialismo dal volto umano» si scontrava con la realtà del socialismo che ha sempre un’anima disumana

lunedì 26 aprile 2010

COME IL PCI SI IMPADRONI’ DELLA MEMORIA DEI FRATELLI CERVI

«Fu Calvino, con i suoi articoli sui sette fratelli Cervi, a trasformare quella famiglia in un’icona “rossa” della Resistenza»

Gli addetti ai lavori, aprendo domenica scorsa l’inserto culturale del “Sole 24 ore”, saranno sobbalzati.  Titolo della copertina: «Italo, Alcide e il mito». Sottotitolo choc: «Fu Calvino, con i suoi articoli sui sette fratelli Cervi, a trasformare quella famiglia in un’icona “rossa” della Resistenza».
Il bello è che tale articolo era firmato da Sergio Luzzatto, uno storico che fino ad oggi si è distinto per le sue veementi polemiche contro i cosiddetti revisionisti (in particolare contro Giampaolo Pansa). Luzzatto scrive che la storia dei sette fratelli reggiani, barbaramente fucilati dai repubblichini il 28 dicembre 1943, diventa un mito epico grazie a una serie di articoli del 1953 di Italo Calvino che «era allora il tipico interprete del “lavoro culturale” svolto per conto del Partito comunista: autore e funzionario della casa editrice Einaudi, collaboratore fisso dell’Unità». Fu «l’eloquenza» degli articoli di Calvino, sostiene Luzzatto, a «spingere i dirigenti nazionali del Pci a lanciare una vera e propria campagna di propaganda, per trasformare i sette figli del cattolicissimo Alcide nella quintessenza del martirologio resistenziale comunista».

Fu Togliatti in persona a guidare l’operazione. Per costruire il mito e  per segnalare agli italiani che la vera storia della Resistenza in Emilia era quella, non l'immagine che cominciavano a darne i partiti anticomunisti con le prime denunce dei crimini nel cosiddetto “triangolo della morte”».
Ne nacque quel libro di memorie di papà Alcide Cervi, I miei sette figli, redatto dal giornalista dell’Unità Renato Nicolai, anche in base «alle direttive della Commissione stampa e propaganda» del partito. Il libro vendette più di un milione di copie, fu per decenni un bestseller e costituì uno dei pilastri della cultura popolare comunista. Luzzatto sottolinea però che il mito creato dall’ “intellighenzia comunista” non era proprio aderente alla storia reale. In quei primi mesi della Resistenza, «i sette fratelli Cervi erano stati tutto fuorché altrettante incarnazioni del “rivoluzionario disciplinato” né erano mancate le frizioni fra loro e i dirigenti locali del Partito comunista clandestino che accusavano i fratelli Cervi di comportarsi da “anarcoidi”».
Luzzatto ha provocato il mal di pancia a Gianni Barbacetto che su Micromega online ieri ha criticato le sue critiche. Pure Repubblica è corsa ai ripari: lo storico, al telefono con Simonetta Fiori, ha chiarito che «la decostruzione del mito nulla toglie alla dimensione eroica dei Cervi». Inoltre Luzzatto fa sapere che non ha nulla a che fare con i «revisionisti peggiori». In realtà il caso non esiste, perché Luzzatto non ha scoperto nulla.  Da quasi venti anni si conoscono «i dissapori fra i Cervi e i comunisti» del Pci reggiano. Inoltre l’articolo di Luzzatto non fa che presentare la riedizione di Einaudi del libro di Alcide Cervi, nella cui introduzione di Luciano Casali c’è già tutto. E c’è pure qualcosa che Luzzatto non menziona. Perché «nel 1971 è successo qualcosa di cui quasi nessuno si è accorto». Casali nota infatti che «se si prende in mano una copia de I miei sette figli nelle edizioni pubblicate a partire dal 1971, ci si rende conto che in tutto il libro non si incontrerà neppure una volta la parola “comunista”, come si imparerà che i sette fratelli non leggevano né diffondevano il giornale clandestino “l’Unità”, né avevano contatti con le organizzazioni politiche e militari del Partito comunista».
In pratica nelle nuove edizioni del libro mancano tutti i riferimenti al comunismo, all’Urss, a Stalin, «cosicché dal 1971 i Cervi non appaiono più a un lettore del libro come “comunisti”,ma come “democratici” e il loro impegno politico non aveva più come scopo quello di costruire una società “comunista”, bensì una società “democratica”».
Ora però conviene ammettere che il mito dei sette fratelli, che Togliatti volle costruire non scandalizza ormai più. Anzi, appare geniale sul piano politico e moralmente ammirevole. Perché il loro eroismo non è inventato.
Perché lui lo usò per isolare la corrente operaista e insurrezionale di Secchia. E perché Togliatti seppe rispettare e valorizzare le radici cattoliche della famiglia Cervi e perfino il loro talento imprenditoriale nella modernizzazione della loro fattoria, per inserire il Pci nella storia cattolica italiana e per parlare al ceto medio emiliano tendenzialmente riformista.
Una grande lezione a tutti gli schieramenti politici di oggi che spiega come fu costruito il più forte Partito Comunista d’occidente. È anche una lezione di intelligenza culturale per i cattolici che non hanno mai valorizzato - per restare proprio alla zona di Reggio Emilia - grandi figure di cattolici della resistenza antifascista e anticomunista come Giorgio Morelli e il “comandante Azor”.

LA STRAGE IGNORATA DEL ’45:SETTE FRATELLI MASSACRATI

I SETTE FRATELLI CERVI, ANTIFASCISTI CONVINTI, VENERO FUCILATI DAI FASCITI NEL NOVEMBRE 1943 AL POLIGONO DI TIRO DI REGGIO EMILIA, I SETTE FRATELLI GOVONI SI INTERESSAVANO POCO O NIENTE DI POLITICA SOLTANTO DUE ERANO ADERENTI ALLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA . DI GIORANO BRUNO  GUERRI

I sette fratelli Cervi, antifascisti convinti e attivi, vennero fucilati dai fascisti nel novembre 1943, al poligono di tiro di Reggio Emilia. I sette fratelli Govoni si interessavano poco o niente di politica, soltanto due erano aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Per di più la guerra era finita quando, nel maggio del 1945, insieme ad altre dieci persone, furono uccisi a freddo da ex partigiani. La ferocia della vendetta superava quella della guerra. E prosegue, nella dimenticanza, ancora oggi. Provate a fare una semplice ricerca su Internet. Per i fratelli Govoni troverete 12.500 fonti, in gran parte di nostalgici; per i fratelli Cervi ne troverete 121.000, fra cui musei, associazioni, scuole, istituti a loro dedicati. Se poi andiamo a vedere la storiografia, non c’è libro sul periodo 1943-45 che non si diffonda sui Cervi, mentre i Govoni sono ricordati degnamente in tre volumi: Il triangolo della morte di Giorgio Pisanò (ristampato da Mursia nel 2007), Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa (Sperling & Kupfer, 2003) e Vincitori e vinti di Bruno Vespa (Mondadori, 2005). È facile dedurre la spiegazione di una simile differenza proprio dal titolo di Vespa: la storia la fanno i vincitori, e guai ai vinti. Fausto Bertinotti, non molti anni fa, ha invece voluto dire qualcosa di diverso: «Come vittime i sette giovani Cervi e i sette giovani Govoni, per me sono uguali; come vittime! La differenza consiste che i primi hanno costruito la Repubblica italiana e perciò vanno onorati non come morti, ma come attori di quel cambiamento. Gli altri non hanno fatto niente, sono vittime, ma non come attori della storia. Ci sarà pure una differenza, o no?». Un discorso che non farebbe una piega, se non suscitasse orrore proprio quell’essere stati uccisi benché non avessero «fatto niente». Forse, la loro colpa fu proprio essere sette, come quegli altri fratelli che dovevano essere onorati con una vendetta a freddo.  

Il 10 maggio del 1945 - a Pieve di Cento, non lontano da Campegine, paese dei fratelli Cervi - degli uomini armati bussarono alla porta degli anziani coniugi Govoni, contadini da generazioni, e prelevarono sette dei loro figli; l’ottava si salvò perché, sposata, si era trasferita altrove. Soltanto Dino (41 anni) e Marino (33) avevano aderito alla Rsi, senza peraltro essersi macchiati di delitti o soprusi. C’erano poi Emo (32 anni), Giuseppe, padre di un bambino di tre mesi (30), Augusto e Primo (di 27 e 22 anni). Venne presa anche Ida, che aveva vent’anni e stava allattando un bambino di due mesi. Gli uomini con il mitra dissero che si trattava soltanto di un breve interrogatorio, per raccogliere delle informazioni.
La vecchia madre, anni dopo, chiedeva ancora disperatamente notizie dei figli a un amico degli uomini che li avevano prelevati. Si sentì rispondere: «Cercali con un cane da tartufi».
I sette giovani Govoni erano stati buttati in una fossa comune, ad Argelato, insieme ad altre dieci vittime. Quando i cadaveri vennero ritrovati, sei anni dopo, si scoprì che uno solo aveva ferite di arma da fuoco. Portati in un magazzino, tutti erano stati presi a calci, pugni e bastonati per tutta la notte; la mattina dell’11 maggio, sull’orlo di una fossa anticarro, erano stati finiti per strangolamento con un filo del telefono, oppure a colpi di roncole, vanghe e zappe.
Finora ho usato la parola vendetta, ma la vendetta c’entra poco: il progetto politico dei partigiani comunisti era seminare il terrore per continuare ad avere il controllo della situazione, anche a guerra finita, almeno nelle zone più «rosse».