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martedì 30 luglio 2013

FATTI CONCRETI LA NOSTRA RICETTA DIVENTA LEGGE: ZERO FISCO PER ASSUMERE I GIOVANI.


Col decreto Lavoro-Iva che il Senato licenzierà questa settimana qualche beneficio effettivamente arriverà in termini di occupazione, perché le nuove norme in materia di contratto a termine favoriranno una maggiore flessibilità nell’incontro fra domanda e offerta di lavoro. L’azzeramento del costo contributivo per il lavoro giovanile migliorerà i conti delle aziende che stanno assumendo lavoratori nella fascia di età tra 18 e 29 anni, ma si tratta di un intervento solo parziale e ridotto rispetto alla gravità della crisi che il nostro mercato del lavoro sta attraversando. Resta infatti, a causa delle resistenze del Pd, troppo rigido l'incentivo a facilitare le assunzioni. Eppure basterebbe anche solo un provvedimento di carattere sperimentale, di portata limitata al tempo necessario per uscire dalla crisi. La ricetta del Pdl è chiara. Dovremmo poter dire agli imprenditori: "Finché non saremo fuori dalla recessione, assumete pure tutti i lavoratori che vi servono, e per due o tre anni, se le cose non miglioreranno, vi sarà consentito di sciogliere questi rapporti senza rischi giudiziali e con un costo di separazione di modesta entità". E' questa la boccata di ossigeno che le associazioni imprenditoriali aspettano, e sarebbe una misura a costo zero per l’erario. Se il decreto resterà così, invece, difficilmente i nuovi incentivi indurranno centinaia di migliaia di imprenditori a procedere alle assunzioni di cui avrebbero bisogno con un contratto a tempo indeterminato.
Non bisogna dimenticare cosa diceva Marco Biagi: "L’incentivo normativo è molto più efficace

lunedì 29 luglio 2013

RIORGANIZZAZIONE AUSL DI RAVENNA, AUSL UNICA DELLA ROMAGNA.


LA RIORGANIZZAZIONE ELLA ASL DI ROMAGNA SI INNESTA IN UN PROCESSO LEGISLATIVO IN ESSERE CHE CAMBIERA’ GLI EQUILIBRI DELLA  SANITA’ DELL’INTERA REGIONE
Un processo però che ahimè nasce zoppo non essendo stati modificati i livelli istituzionali di riferimento, mi riferisco alle province, e che rischia così come è impostato di mettere in discussione il modello sanitario emiliaromagnolo fondato sulle conferenze territoriali sociosanitarie. Un modello che si vuole democratico che prevede appunto camere di compensazione dove i territori danno le linee guida e riportano le esigenze più pregnanti nei processi decisionali. Nel modello prospettato dalla bozza di legge regionale, predisposto dalla Giunta si evita di normare alcune vicende spinose come ad esempio quella di dove si dovrà collocare la direzione unica della super ASL, si cerca invece di dare un impianto rispetto alla partecipazione ai momenti decisionali di ben 75 comuni, prevedendo due livelli di confronto e spostando di fatto nella totale disposizione dei Comuni capoluogo di provincia il potere decisionale. Una bozza di legge che presenta delle contraddizioni come nel caso dei poteri affidati ai Direttori generali dove all'art. 5 comma 1 si definisce che i direttori generali operano con poteri straordinari e poi sempre all'art. 5 comma 2 recita: "i direttori generali in carica operano con funzioni limitate alla gestione e all'ordinaria amministrazione. Un progetto di legge dove sfugge persino un macro progetto della AUSL unica, onestamente mancano i riferimenti base per esprimere un giudizio compiuto sulla fattibilità e sulla sostenibilità della stessa. Non possiamo chiedere come legislatori un progetto industriale definito ma non possiamo neppure limitarci ad un progetto di pure e semplici linee guida. La fase di ristrutturazione che coinvolge gli ospedali di Ravenna è quanto di più inopportuno oggi si possa fare in una prospettiva di ASL unica, ho già avuto modo di scrivere i motivi di questa inopportunità, è un progetto fuori del tempo che scavalca un percorso in essere. Una riorganizzazione che già si pone in contrasto con quanto riportato nella bozza di legge regionale sulla ASL unica che all'art. 3 comma 7 recita: - La riorganizzazione dei servizi sul piano assistenziale avviene nel rispetto della programmazione regionale, assicurando    condizioni di equità di accesso e prossimità ai servizi nei

venerdì 19 luglio 2013

IL MOVIMENTO 5 STELLE PRESENTA IL DOSSIER SUI COSTI DELLA CAMERA: COMINCIAMO A TAGLIARE


Un barista guadagna 110mila euro all’anno. Ovviamente nel mondo normale no, ma a Montecitorio le cose funzionano diversamente. Non è una novità assoluta, e già qualche mese fa si era fatto un gran parlare delle spese folli di Camera e Senato, scoprendo che tutti i dipendenti del Parlamento guadagnano cifre da capogiro e che per loro è prevista pure la quindicesima. Quanto ci costa la Camera? A tornare sull’argomento è stato il Movimento 5 Stelle, che ha preparato un dossier sulle spese di Montecitorio, che Riccardo Nuti, capogruppo, ha definito così: “Una scatola vuota di contenuti ma piena di privilegi”. Secondo i pentastellati il costo del mantenimento dei 1521 dipendenti della Camera ammonta a 280 milioni di euro. Costo che sale vertiginosamente quando si aggiungono i 220 milioni di euro per il personale in pensione. Vediamo un po’ nello specifica come funziona la cosa: i dipendenti sono divisi in cinque livelli. Al vertice della piramide stanno i 183 consiglieri, che a fine carriera guadagnano anche 400mila euro lordi; 170 di loro incassano anche l’indennita di funzione. Che può variare dai 600 ai 3.900 euro mensili, ovviamente in base alla qualifiche. Spiega Riccardo Fraccaro, che si è occupato in prima persona della questione: “L’indennità di funzione è corrisposta a chi svolge un ruolo di responsabilità, ma nel caso della Camera si fa all’italiana, tutti colonnelli e nessun soldato, con una responsabilità diffusa che equivale a nessun responsabile”. Appena sotto i consiglieri troviamo documentaristi, tecnici e ragionieri: per loro lo stipendio di base non è niente di sconvolgente (1.800 euro netti); il fatto è che gli scatti di anzianità sono decisamente appetitosi e portano costoro a guadagnare circa 20mila euro al mese dopo 25 anni di servizio.

venerdì 22 marzo 2013

BERSANI AL COLLE, SI ARRENDE: PRONTO A OGNI SOLUZIONE UTILE AGLI INTERESSI DEL PAESE.



Una resa, o quasi. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani esce dalla stanza della Vetrata del Quirinale, dopo oltre un'ora di consultazioni con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e sia pur senza sbilanciarsi lancia un messaggio chiaro al resto delle forze parlamentari. In estrema sintesi: "Bisogna fare un governo, per il bene dell'Italia. Il Pd ha vinto le elezioni e deve dettare l'agenda, ma non ne faccio una questione personale". Come dire: se sono io il problema, posso non fare il premier. E questo non è un nodo da poco. Si attendono ora le decisioni di Napolitano: "Le comunicherò domani", venerdì 22 marzo, ha detto lo stesso presidente ai cronisti. "Ho da riordinare gli appunti e le idee...".
"Governo di cambiamento" - "C'è un'esigenza di governo e una di cambiamento - esordisce Bersani uscendo dal colloquio con Napolitano -. Cambiamento è attenzione immediata ai temi sociali, iniziativa forte sui temi della moralizzazione della vita pubblica e passi seri sulle riforme istituzionali. Noi, partito democratico, prima forza di questo Paese checcè qualcuno dica (riferimento polemico a Beppe Grillo, ndr), ci mettiamo a servizio di questa esigenza, del nostro Paese e dell'Europa. Come si può fare? Lavorando su due versanti. Fare un governo che presenti al Parlamento proposte precise per un avvio di legislatura in chiave di cambiamento: correzione delle politiche europee, liquidità per le imprese, economia verde, regole per il mercato del lavoro da correggere contro la precarietà. Poi moralizzazione della vita pubblica: corruzione, sobrietà della politica, regole di mercato. Bisogna dare il segno netto che le cose possono cambiare. Il secondo versante riguarda la legge elettorale e la riforma della seconda parte della Costituzione, a cominciare dalla riduzione dei parlamentari. Queste riflessioni abbiamo consegnato al presidente, e ci affidiamo alla sua saggezza per trovare una soluzione".

sabato 7 gennaio 2012

E IO PAGO: LO STENOGRAFO DEL SENATO GUADAGNA COME IL RE DI SPAGNA, OLTRE AL BARBIERE, SEGRETARI ECC. VERGOGNA!

Dopo aver fatto discutere l'Italia intera col libro sugli sprechi ei privilegi ingiustificati della politica italiana, stavolta il loro dito è puntato contro gli stipendi dei dipendenti di Montecitorio e Palazzo Madama che possono tener testa a quelli di Monarchi e Presidenti. Uno su tutti è quello di uno stenografo del Senato che guadagna quanto Juan Carlos di Spagna, che di mestiere fa il Re: Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro. Ma alla Camera e al Senato ci sono anche altri fortunati. Come i barbieri o i commessi che possono arrivare a 160 mila euro lordi annui. Un coadiutore a 192 mila, un segretario a 252 mila, un consigliere a 417 mila. Come è possibile? Rizzo e Stella spiegano che i salari da pascià vengono ottenuti grazie «ad assurdi automatismi che nell'arco della carriera consentono di quadruplicare in termini reali la busta paga». E il vantaggio di tagliare i capelli o battere a macchina i discorsi dei parlamentari a Palazzo si riflette anche sulle pensioni. Tra riscatti della laurea e anzianità i nostri possono andarci a 53 anni, » con un assegno previdenziale di 113 mila euro l'anno che, se resta fino al 60º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà raggiungere quei livelli mai.»

sabato 10 settembre 2011

LA RIDUZIONE DEI DEPUTATI E SENATORI E’ GIA’ NEL DECRETO DEL 22 LUGLIO

PER QUESTO NON E’ STATO PRESENTATO UN DISEGNO DI LEGGE. ORA SERVONO I FATTI


E’ da molti giorni ormai che la maggioranza parla del dimezzamento del numero dei parlamentari, norma da applicare in seno alla nuova manovra economica. Nonostante se ne parli da tempo, ancora non c’è la sicurezza che questa misura sarà applicata. «Non l’abbiamo presentato oggi semplicemente perché il dimezzamento del numero dei parlamentari è stato già approvato dal consiglio dei ministri del 22 luglio: 250 senatori e 250 deputati, è tutto scritto nel ddl costituzionale che prevede anche il Senato federale e altre cose», Questa la risposta ai  giornalisti gli hanno chiesto il motivo per cui per questo provvedimento non è stato presentato ieri a Palazzo Chigi un ddl ad hoc, come per le nuove direttive per le regioni.
Il governo dovrebbe darsi da fare per approvare la riduzione del Parlamento, visto che, in caso di Referendum, il dimezzamento passerebbe “liscio”, non come nel 2006, quando gli italiani bocciarono il taglio degli onorevoli perchè il provvedimento era inserito nella discussa riforma costituzionale con premierato e devolution