Giampaolo Pansa-
Sono felice che
Silvio Berlusconi sia vivo e in buona salute. Prima di tutto per chi gli vuol
bene. Ma anche per la nostra povera Italia. Se il Cavaliere fosse morto, lo
immaginate il disordine cattivo che avrebbe provocato il funerale? La rissa
indecente attorno al feretro di un ex capitano delle SS, il Priebke
centenario,sarebbe sembrata soltanto uno scherzo goliardico. Un amico mi ha
osservato che Berlusconi si è fatto da anni un sepolcro privato all’interno
della villa di Arcore, dunque non sarebbe necessario girare per il mondo alla
ricerca di un luogo dove farne riposare le spoglie. Però in un paese come il
nostro avremmo visto comunque scoppiare un cataclisma. E non è escluso che
qualche sinistra ultrà si sarebbe costruito un comitato di salute pubblica con
lo scopo di esporre la salma a Piazzale Loreto, appesa per i piedi. Di solito
osserviamo la crisi globale da un solo punto di vista: quello economico e finanziario.
E con mille ragioni ci angustiamo per le
difficoltà di molte aziende, il lavoro che manca, la povertà che cresce, la
sorte dei giovani. Ma così dimentichiamo una verità amara che peggiora
l’esistenza di tutti. L’Italia è diventata un paese incattivito, con i nervi a
fior di pelle e capace soltanto di odiare. Prima di tutto odia se stesso,
perché non sa affrontare le difficoltà senza isterismi. Poi si divide di
continuo in bande che moltiplicano le occasioni per disprezzarsi l’un l’altra.
Così da rendere quasi impossibile andare d’accordo su qualsiasi inezia. Lo
spettacolo più indecente lo offrono i partiti politici. Dovrebbero dare ai
pochi cittadini che ancora li sostengono l’esempio che è possibile confrontarsi
con civiltà. Invece mostrano di essere case dei matti dove ogni mattina
ricomincia la guerra. Nel Partito
democratico, diviso su tutto, il probabile successo di Matteo Renzi ha
scatenato gli istinti più torbidi. Gli avversari del sindaco di Firenze
invitano i compagni a fabbricare dossier contro di lui. Nel frattem
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po circolano quelli su
Pier Luigi Bersani. Dal canto suo, Renzi non se ne sta con le mani in mano e di
sicuro preparerà delle contromisure altrettanto da carogna. In attesa del
peggio, Max Dalema e Bersani si danno del bugiardo. Nel Pdl-Forza Italia le varie famiglie un tempo tenute insieme dal
carisma di Silvio ormai sono ai materassi e si sparano tutti i giorni. Parlare
di falchi e colombe non aiuta più a capire l’obiettivo di questa battaglia
interna. La posta in gioco è assai più alta: la caduta o la sopravvivenza del
governo Letta-Alfano. Il fatto che l’esecutivo stia in piedi e riesca a
fare il proprio dovere nelle condizioni date, provoca tra i duri del forzismo
una smania suicida. Con l’obiettivo di far sciogliere le Camere e andare al
voto anticipato. Pure il Cavaliere (“Se decado, il governo salta”) vorrebbe
subito nuove elezioni, come se fossero il toccasana di tutti i suoi guai. E
forse sottovaluta il rischio di perderle. Se è vero che l’Italia è una società
in declino, perché non dovrebbero esserlo anche i partiti? Eppure tutti i
giorni, dalla mattina alla sera, politici di ogni rango, dai big ai peones, si
presentano alla ribalta dei talk show televisivi. Se fossi uno di loro, me ne
starei chiuso in Parlamento per non suscitare le maledizioni di chi mi vede in
tivù. Invece loro che fanno? Si comportano come se fossero invitati a una
festa. Godono di essere lì. Sorridono a sessantaquattro denti. Un marziano
atterrato per sbaglio in Italia penserebbe che le signore e i signori che vede
sul teleschermo siano i fortunati reggitori di una repubblica ordinata e
felice. Non è così. Siamo un paese dove
l’estremismo politico diventa ogni giorno più aggressivo. Prima o poi, attorno
alla Tav in val di Susa scoppierà una guerra civile. Le armi ci sono già e i
pretesti rabbiosi pure. Nel resto d’Italia i centri sociali vanno in battaglia
ogni giorno. I media hanno perso il conto delle loro aggressioni. Polizia e
carabinieri fanno il possibile per arginarle. Ma prima o poi ci scapperà il
morto. Nel frattempo cresce l’odio sociale per i cosiddetti ricchi. Quasi
nessuno spiega che in un’Italia devastata da un’enorme evasione fiscale i
ricchi, quasi sempre, sono soltanto cittadini onesti che dichiarano tutti i
loro redditi. Siamo di fronte a una distorsione della realtà, favorita dalla
voglia insana di pauperismo che resiste nelle parrocchie di sinistra. Dove
ideologi da strapazzo recitano la favola che dovremmo essere tutti uguali. E
forse sognano le code per il pane che lungo decenni hanno distinto i paesi del
socialismo reale. Un inferno che però vedeva la nomenklatura rossa mangiare
caviale e bere champagne. Sempre più spesso mi domando in quale modo si
potrebbe arginare lo sfascio che minaccia la società italiana. In altri tempi
avrei risposto che il rimedio indispensabile è una maggiore severità. Dovunque
e nei confronti di tutti. Severità nelle famiglie, nella scuola, nel lavoro,
nella caccia a chi froda il fisco, nell’osservanza delle leggi, nei rapporti
personali, nell’etica individuale.Ho cercato di comportarmi così anche nei
confronti di me stesso. Sono stato tanto ingenuo da rimproverare chi non parcheggiava
l’automobile nel modo giusto, chi gettava un pezzo di carta sulla strada, chi
teneva lo stereo a un volume troppo alto, chi fingeva di lavorare mentre faceva
flanella. Adesso mi rendo conto di essere
stato un fesso che vive in un paese dove quasi tutti fanno i loro comodi. E
se qualcuno chiede al prossimo un comportamento civile, prima viene odiato e
poi picchiato. È diventato rischioso
persino proporsi domande razionali. Si doveva respingere i primi barconi di
migranti clandestini e mettere così un argine ai mercanti di essere umani?
L’amnistia è inevitabile o si può trovare un altro modo per rendere vivibili le
carceri? È lecito che in Parlamento si usi un linguaggio scurrile per attaccare
gli avversari? E che lo stesso modo di esprimersi diventi abituale anche su non
pochi giornali, al riparo dell’alibi farisaico che si tratta soltanto di
satira? Mi rendo conto che la mia è una
predica inutile. È sufficiente navigare su Internet, un vizio che non ho
mai praticato, per rendersi conto che sto passeggiando sulle nuvole. In rete
non esistono soltanto i propagandisti di odio, come ha fatto bene a ricordare
Giorgio Napolitano. C’è assai di peggio: il web ci consegna l’autoritratto di
un’Italia che si comporta come Pinocchio. Era convinta di aver trovato il Paese
dei balocchi. Ma adesso scopre di vivere in una società malata di Alzheimer,
che ha perso la memoria di se stessa e della propria dignità. Immaginare
milioni di italiani che passano ore e ore a twittare, o chini sui computer per dare la caccia a chi non la pensa come loro, è
una visione da voltastomaco. Mi domando che cosa accadrà quando le
generazioni più giovani cresciute con il cibo di Internet andranno al potere.
Oppure si metteranno al servizio di qualcuno che sa usare certe armi ben più
dei Grillo e dei Casaleggio odierni. Il
caos o, al contrario, l’ordine ferreo che nascerà, ci obbligheranno a pensare
che lo sfasciume di oggi era in fondo il male minore. Ma quando avverrà,
forse sarò gia morto. E non ci sarà stata nessuna battaglia per decidere in
quale terreno dovranno riposare le ossa di un giornalista che ha tentato di
essere onesto con i propri lettori. di Giampaolo Pansa
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