venerdì 9 luglio 2010

REGIONI: TRA SPERPERI E TAGLI



LA TOSCANA HA SUBITO CHIUSO SETTE SEDI ALL’ESTERO, IL LAZIO 12 MILIARDI IL BUCO DELLA SANITA’,

Ieri il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi (Pd) ha cancellato sette sedi di rappresentanza all’estero, mantenendo solo quella di Bruxelles. Domanda: qualcuno sapeva che la Toscana manteneva sette (sette) sedi all’estero, al modico prezzo di 400 mila euro, pagati evidentemente dai contribuenti? Di che cosa potevano mai occuparsi questi uffici, dal momento che Firenze e dintorni non sono precisamente luoghi sconosciuti né ai turisti né alle classi dirigenti straniere, né alle varie multinazionali?
E’ un esempio, ed abbiamo il sospetto che Rossi abbia solo giocato d’anticipo, magari per evitare figuracce. Riteniamo che casi simili ve ne siano a gogò. Dunque quando gli enti locali respingono a priori come “inaccettabili” i tagli della manovra, non la contano giusta. Gli sprechi ci sono, e sono tutti documentati e documentabili.
Il debito della sanità del Lazio, ben 12 miliardi, ne è un esempio. Accumulato in soli dieci-quindici anni, sotto giunte di sinistra (a parte la breve parentesi di Francesco Storace), ha fatto la felicità di cliniche convenzionate e relativi azionisti, tra i quali spicca Carlo De Benedetti, non certo dei cittadini laziali, che sono ancora lontani dai servizi e dai tempi della Lombardia e del Veneto. Per quel debito adesso, in base al patto di stabilità liberamente sottoscritto dalle stesse regioni alcuni anni fa, pagano tutti, cittadini e imprese, perché le addizionali Irpef e Irap scattano in maniera

automatica. Domanda: Piero Marrazzo, che fu governatore del Lazio dal 2005 a capo di una giunta di sinistra, e quel patto ovviamente lo conosceva, come mai durante il suo governo ha aumentato esponenzialmente la spesa sanitaria?Stessa cosa si può dire per Antonio Bassolino, ex governatore della Campania sempre del Pd, che addirittura il patto Stato-regioni fu tra coloro che lo firmò. Con una mano si impegnavano a tenere i conti in ordine, con l’altra dilapidavano fondi pubblici: è famosa la bassoliniana sede della Campania a New York, con tanto di viaggi di assessori e consiglieri. Questo discorso potrebbe andare avanti a lungo. Ora che sono state pubblicate tutte le tabelle si scopre, per esempio, che il personale regionale costa ai contribuenti molto più di quello dello Stato e dei ministeri. E che in alcune regioni “insospettabili”, cioè Trentino-Alto Adige e Val d’Aosta, assorbe rispettivamente il 27,9 ed il 25,2 della spesa totale. Se questo accadesse nello Stato, l’Italia avrebbe da un pezzo chiuso i battenti. Il muro contro muro, dunque, non conviene a nessuno; men che meno alle regioni. La proposta contenuta nell’emendamento alla manovra di consentire tagli flessibili alle regioni virtuose (a cominciare da quanto spendono per il personale in rapporto alla media nazionale) è un atto di buon senso, che i governatori dovrebbero cogliere al volo. Poiché la media nazionale, calcolata come incidenza sulle spese complessive, è 1,99, tra i virtuosi rientrerebbe per esempio il Lazio, che avrebbe così più tempo e modo di calibrare gli aumenti delle addizionali (e forse riuscirebbe in parte ad evitarli), mentre regioni che sembrano virtuose, ma non lo sono, come l’Umbria (spesa di personale 3,63 per cento), o appunto alcune a statuto speciale, dovrebbero darsi una regola. il fronte dei governatori, insomma, è meno compatto nella sostanza di quanto appaia nella forma. Chiedono tutti di incontrare Silvio Berlusconi, che al rientro dalla missione americana ha in effetti corretto alcune distorsioni della manovra. Ma il premier non può autorizzare gli sprechi. Non è un problema di rapporti con il ministro Giulio Tremonti, sui quali si continua a fantasticare. E’ una questione, anche questa di sostanza: non sappiamo se alla fine Berlusconi parteciperà all’incontro con le regioni, ma siamo certi che se lo farà non potrà essere né per sconfessare il ministro dell’Economia, né per autorizzare deroghe al giusto rigore imposti alle regioni. Diciamo che potrebbe essere soltanto un segnale di disponibilità politica ad ascoltare.
Del resto le regioni sanno che finora l’austerity economica, dopo la finanza allegra della sinistra, ha colpito i ministeri, cioè l’amministrazione centrale. Scuola, Difesa, Interni, Esteri, Sviluppo economico, Ambiente, Cultura, tutti hanno fatto la loro parte, riuscendo anche trasformare necessità in virtù. Basta ricordare i “tagli alla scuola”, che si sono alla fine tradotti in una riforma per una scuola migliore. E gli statali, per il prossimo triennio, si vedranno congelare gli aumenti contrattuali previsti, avendo avuto prima molto più dei privati. Possibile che solo per le regioni i tagli siano insopportabili? Certo, i governatori hanno nelle loro mani un’arma: i risparmi, dicono, si tradurranno i minori servizi ai cittadini. Trasporti, strade, edifici scolastici, eccetera. Ma 4 miliardi nel 2011 e 4,5 l’anno dopo, spalmate su 20 regioni e con il criterio della flessibilità, non sono cifre tali da giustificare queste minacce. Ricordiamo perfettamente, del resto, quando l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, protestò contro analoghi tagli sotto il precedente governo di centrodestra. Disse che avrebbe dovuto spegnere i lampioni di Roma, chiudere gli asili e lasciare la capitale nella spazzatura. Poi abbiamo saputo che nel frattempo il Campidoglio stava accumulando un debito record e occulto di oltre 10 miliardi, sui quali indaga la Corte dei Conti. La ragionevolezza non fa male a nessuno. Sul piano politico, soprattutto i governatori appena eletti con il Pdl e con il centrodestra, raccolgono un’eredità pesante. Più di quanto non si immaginasse. Ma questo non è un governo che antepone gli interessi elettorali al bene del Paese, né dubitiamo della classe dirigente eletta nelle regioni pochi mesi fa. Il dialogo deve continuare; i governatori devono cogliere in tutte le aperture una opportunità per amministrare meglio in tempi di austerità.

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